Fuori fase – osservazioni semiserie

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di Marco Riboldi

Ci mancava.

Dopo le indiscrezioni, i retroscena, i sussurri e le grida, la caccia ai responsabili e la ricerca del Demiurgo, finalmente è arrivato anche l’applausometro del cortile di Palazzo Chigi.

L’uscita di scena del bis-Conte  é stata accompagnata dagli applausi di funzionari ed impiegati di palazzo, affacciati alle finestre degli uffici.

E fin qui niente di che.

Ma il giorno dopo é esplosa la tifoseria: i solitamente corrucciati  giornalisti  tutti “Conte o morte”, i tastieristi dell’area “le bimbe di Conte” (ci crediate o no, esistono siti  così denominati), i laudatores del Casalino for ever hanno magnificato l’evento mai verificatosi prima.

Dall’altra parte sono subito intervenuti i pompieri del gruppo “ma questo chi se crede d’esse”, gli orfani del Granduca di Rignano, i nostalgici di Villa San Martino, che hanno provveduto a derubricare la faccenda a rito già celebrato non solo per i presidenti più facili ad esporsi mediaticamente, ma anche per i sobri addii di Letta e Gentiloni.

Sì però, questa volta di più ecc.

Ora, con tutto il rispetto, ma non vi pare il caso di lasciar perdere queste  manfrine e di pensare a cose un tantinello più serie?

Applausi, grazie.

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E voi pensavate che il prof. Draghi fosse un algido economista, banchiere e cattedratico?

Un genio dei conti e del libro mastro, implacabile logico lontano dai vezzi della retorica un po’ spettacolare che si usa oggi in politica?

Bene, ricredetevi.

Avete seguito la comunicazione dei ministeri prescelti?

Pensate: giorni di confronti con tutti, ma soprattutto con gli azionisti di maggioranza della nuova compagine. Colloqui con Grillo che magnificava il rinnovamento, anzi  la ”transizione”; ore con il fratello meno famoso del commissario Montalbano a ragionare sul superamento della fase di stallo ecc. ecc.; convulse consultazioni con la delegazione di Italia Viva, con la fatica ascoltare la loquela fluente di Renzi senza distrarsi per contemplare la sua bellissima capogruppo.

Risultato: tutti convinti di aver convinto il presidente incaricato in merito a questo o quell’argomento, a questo o quel nome, per l’esigenza di rappresentare tutte le anime e le sensibilità ecc. ecc.

E lui? Perfido, al momento solenne, tra i lampi dei fotografi e in diretta TV in orario di massimo ascolto che ti fa?

Si presenta e scandisce calmo i primi tre nomi: Brunetta – Carfagna – Gelmini.

Si raccontano scene di disperazione: in un momento di sconforto pare che Zingaretti  abbia chiamato Catarella proponendogli un incarico da sottosegretario alla cultura; Di Maio, dopo qualche minuto di disorientamento è stato visto dirigersi verso un ufficio del lavoro in cerca di un reddito di cittadinanza e di una bibita; il più calmo è sembrato Renzi. Già, chissà come mai…