Gianni Rodari e la fantasia nelle parole dei bambini

di Francesca Radaelli

“Chiedo scusa alla favola antica | se non mi piace l’avara formica | io sto dalla parte della cicala | che il più bel canto non vende… regala!”

Il 14 aprile del 1980 muore a Roma Gianni Rodari. Nato a Omegna sul lago d’Orta nel 1920, cresce a Gavirate in provincia di Varese e, dopo aver passato un periodo in seminario a Seveso, inizia a lavorare come maestro elementare.

Dopo la seconda guerra mondiale comincia a dedicarsi al giornalismo ma anche a scrivere racconti per bambini, tanto che nel 1950 viene chiamato a Roma a dirigere il settimanale per bambini, il “Pioniere”, il cui primo numero esce il 10 settembre 1950. In quegli anni pubblica Il libro delle filastrocche ed il Romanzo di Cipollino. Nel 1959 esce per Einaudi Filastrocca in cielo ed in terra  e la sua fama si diffonde in tutta Italia. Nel l970 vince il Premio Andersen, il più importante concorso internazionale per la letteratura dell’infanzia, che accresce la sua notorietà in tutto il mondo.

Ancora oggi ha conservato il dono di affascinare generazioni di bambini e ragazzi con le sue rime, le sue filastrocche e le sue storie. Rileggendole oggi con un sorriso di nostalgia sulle labbra, colpiscono per una caratteristica che appare un po’ strana, forse un po’ anacronistica nel mondo contemporaneo, in cui l’intrattenimento per bambini passa in larga parte attraverso immagini, già ‘immaginate’ da qualcun altro.

Le favole al telefono, le filastrocche in cielo e in terra dello scrittore di Omegna colpiscono perché comunicano soprattutto un grande senso di libertà. La libertà della fantasia che passa attraverso la lingua e le parole. E a cui la lingua ha la capacità di aprire porte infinite.  Una libertà che appartiene all’infanzia, che è dei bambini che iniziano, che provano a usare le parole per comunicare.

Una libertà che si apre anche a partire dagli errori di grammatica, a cui Rodari riconosceva una potenza creativa dirompente. “Sbagliando s’impara, è un vecchio proverbio”, diceva. “Il nuovo potrebbe essere che sbagliando s’inventa”.

Molte delle sue storie più surreali e divertenti partono proprio da questi errori: “Se un bambino scrive nel suo quaderno ‘l’ago di Garda’, ho la scelta tra correggere l’errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l’ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo ‘ago’ importantissimo, segnato anche nella carta d’Italia. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso?” 

In un mondo come quello di oggi in cui una parola creata per caso da un bambino come la famosa ‘petaloso’ (ce la ricordiamo un po’ tutti) ci sembra qualcosa di sensazionale, da far entrare nel vocabolario dell’Accademia della Crusca a suon di hashtag e condivisioni sui social network, la mancanza di Gianni Rodari si sente tantissimo.

Perché noi ci siamo divisi tra chi ha salutato ‘petaloso’ come un’invenzione geniale e chi vi ha visto soltanto l’influenza del linguaggio ‘inzupposo’ delle pubblicità.

Lui probabilmente, a partire da quella parola, ‘regalata’ da un bambino, avrebbe creato innumerevoli storie. O perlomeno una filastrocca in rima.

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