Gino Paoli canta il suo tempo

 
di Enzo Biffi

Quando sei Gino Paoli, vai per gli ottantaquattro e soprattutto hai sessant’anni di carriera sulle spalle e nella voce, beh, probabilmente è il momento in cui ti puoi permettere (artisticamente) quasi tutto.

Allora ti concedi un viaggio musicale e parti, girovagando  per teatri, accompagnato, sorretto e completato da un solo pianoforte ma che prende il volo grazie alla maestria di un tuo amico che, guarda caso porta il nome di Danilo Rea.

Allora ti lasci confidenzialmente ascoltare in un concerto fatto di racconti personali, canzoni tue, brani non tuoi e  pure a qualche pezzo di altri noti tuoi amici ma che son partiti e da qualche tempo suonano in altri lontani mondi.

L’unica vera libertà acquisita invecchiando credo sia proprio questa: si guadagna finalmente il tempo in cui con leggerezza, e finalmente senza investimenti sul futuro possibile, ti assolvi perfino da qualche imprecisione o stonatura magistralmente compensata da carisma e mestiere.

Pensavo a queste cose l’altra sera mentre al Teatro Manzoni di Monza, ascoltando Gino Paoli e Danilo  Rea scivolavano su di me melodie amiche, ma pensavo anche di quanti  altri ottantenni suoi colleghi ci è stato tolto il piacere di ascoltarli invecchiare. Mi chiedevo dove la loro poetica li avrebbe portati se non se ne fossero andati presto.

Mi pareva di vederli, cercavo di immaginare Fabrizio, Luigi, Bruno e Giorgio, piegati un po’ dall’età, cercare accordi, temi e note in fondo alle loro consumate corde vocali.

Altri in verità, stanno anche lì a dimostrarci che la musica e l’arte allungano il bel vivere, penso a Mina, Celentano, Vanoni e Conte e mi domando, sentendo già in me la risposta, cosa mi resterà di questo concerto.

Quello che mi lascia questa serata, ciò che porto in tasca a casa, sta tutto nel piacere di ri-scoprire la possibilità di salvaguardare la magia dell’innocenza e la sua resistenza a qualunque età.

Un’ottantenne che dal palco parla e canta di amore e sentimenti e, non solo non se ne vergogna ma, ne rivendica l’esercizio come il sale della vita.

Mi piace pensare si possano annullare i decenni scrivendo poesie, parlando dell’inutile, credendo al potere dei sentimenti  spesi uno alla volta; è la vita che ritorna, che ricomincia ogni giorno, un altro “cielo in una stanza”, ancora “senza fine”.

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