Giornalismo per la pace

pace06Il convegno organizzato da Universal Peace Federation al Binario 7 di Monza in occasione della Giornata Internazionale della Pace. Una riflessione sul ruolo dei mass media nel mondo contemporaneo.

Monza – La coscienza della società. Dovrebbe essere questo il ruolo dei mass media nel mondo contemporaneo. Un mondo in cui giornali e siti di informazione sono chiamati a svolgere, proprio in quanto “media”, un’azione di “mediazione” responsabile della comunicazione all’interno del bombardamento quotidiano di notizie di ogni tipo, ormai diffuse  capillarmente e senza alcun filtro attraverso il web e i social.

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Il tema, attualissimo, è stato al centro della tavola rotonda che si è tenuta ieri a Monza presso il Binario7 Urban Center nell’ambito di “Educazione alla pace – Visione e Percorsi”, la giornata seminariale promossa da UPF Universal Peace Federation – con la collaborazione del Comune di Monza e il patrocinio della Provincia Monza Brianza – in occasione della Giornata Internazionale della Pace indetta dalle Nazioni Unite.

Può il giornalismo farsi promotore di pace? Ce lo si è chiesti nel corso del convegno, che ha visto la partecipazione di direttori di testate locali e operatori dell’informazione da sempre in prima linea nel sostenere il concetto di giornalismo responsabile. La domanda mette in discussione l’essenza stessa della professione. Se è vero che il giornalista ha il dovere di informare, è vero anche che ha davanti a sé la scelta di come farlo. Perché il modo in cui la realtà viene raccontata spesso finisce per trasformare la realtà stessa.

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Il “sangue in prima pagina” attira la curiosità morbosa del lettore, la notizia di cronaca nera è cliccatissima sul web. La spettacolarizzazione della tragedia è la grande tentazione a cui i media sono chiamati a resistere, per recuperare il ruolo di bussola e punto di riferimento all’interno del mare magnum di notizie incontrollate e martellanti che invadono la rete. Il pubblico ha il diritto di ricevere un’informazione corretta, il giornalista il dovere di esercitare il mestiere in modo professionale. Senza aver paura di dare il giusto spazio alle notizie che portano un valore positivo.

Le domande – decisamente provocatorie – rivolte dal moderatore Mauro Sarasso, presidente di Insubria Media Point, ai partecipanti al convegno colgono il cuore della questione. “Dove è finita la scuola etica del giornalismo?”, chiede Sarasso. E soprattutto come è possibile mantenerla in vita, anche nell’era di Internet? Nel dibattito che è seguito ogni voce ha cercato di rispondere portando la propria esperienza, il proprio modo di concepire ed esercitare la professione.

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Dall’impegno a “dare spazio alla buona notizia”, seguendo quella ‘provocazione del bene’ che è la mission de “Il Dialogo di Monza” di Fabrizio Annaro, al racconto positivo del territorio su “Il Cittadino” di Luigi Losa. Dalla necessità – sostenuta da Carlotta Morgana de “Il Giorno” – di “restituire dignità al mestiere del giornalista”, di “mettere al bando il pressapochismo” e di “ripartire dal giornalismo d’inchiesta basato su fonti certe, documenti e testimonianze”, all’importanza di “dare un volto e un nome alle storie che si raccontano”, rivendicata da Daniele Biella di “Vita”. Fino all’appello lanciato da Matteo Riccardo Speziali di “MB News” a tutti i colleghi e non solo: “Chiediamoci cosa vogliamo scrivere e perché. Ogni volta che pubblichiamo qualcosa, soprattutto sul web, dobbiamo avere sempre ben presente il messaggio che vogliamo lanciare”.

Un messaggio che passa anche attraverso il linguaggio, a cui  deve sempre essere riservata un’attenzione speciale. Perché l’utilizzo di termini come la parola “clandestino”, abusata anche recentemente in molti titoli ad effetto, implica un giudizio sommario, che il giornalista deve guardarsi bene dall’esprimere. Dovere dei media è opporsi a tutto ciò che è lesivo e distruttivo per la dignità umana, sentire la responsabilità che deriva dall’esercizio della libertà di informazione. E nell’overdose di notizie condivise e rilanciate in rete senza pensarci troppo su, proprio questa è la ricetta etica per proteggersi dal giornalismo del copia-incolla, per salvaguardare il valore aggiunto del giornalista. E, sottinteso, per salvare l’intera categoria dall’estinzione.

Francesca Radaelli

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