Giuseppe Arcimboldi, ovvero l’arte delle meraviglie

di Daniela Annaro

Lo sguardo si perde nei quadri realizzati da Giuseppe Arcimboldi, indeciso se concentrarsi sul particolare o ammirare il totale. Un  apparente gioco, uno scambio visivo molto sofisticato, come sofisticato era l’artista nato a Milano il 5 aprile 1526 e lì  morto l’11 luglio 1593.

 L’Arcimboldi è il pittore che ricordiamo  per i suoi assemblaggi di fiori, frutti, animali, libri, oggetti vari, che formano profili o mezzibusti inconfondibili, le famose “teste composte” come le chiamavano i surrealisti per cui era un faro. Un’ idea geniale e, nel contempo, stravagante o qualcosa di più , l’elaborazione di una profonda   cultura ?

Valide tutte e due le interpretazioni come spiegano gli storici dell’arte e come racconta la biografia di Giuseppe Arcimboldi. Il padre Biagio era un accreditato pittore della Veneranda Fabbrica del Duomo, discendente del ramo cadetto degli Arcimboldi, nobili signori di Arcisate, nel Varesotto. A 23 anni,  cioè nel 1549, lo  affianca  disegnando i cartoni per le vetrate del duomo ambrosiano. E, quasi dieci anni dopo, nel 1558, lo troviamo impegnato a Monza,  in duomo, dove realizza, con Giuseppe Meda, l’affresco l’Albero di Jeffe che occupa l’intera parete  del transetto di destra.


Con Meda realizza poi il Gonfalone  di Sant’Ambrogio tutt’ora esistente. L’Albero di Jesse è un passo di Isaia: narra del susseguirsi delle generazioni di cui  parla  la Bibbia fino alla venuta  di Cristo.   La croce è un albero e sui rami ci sono i re di Giudea. Una sorta di anticipazione delle sue fortunatissime teste composte, un elemento naturale in un contesto sacro. Sappiamo poco di lui, nonostante le testimonianze dei cronisti di allora come Paolo Morigia che scrive:

Pittore raro, e in molte altre virtù studioso, e eccellente; e dopo l’aver dato saggio di lui, e del suo valore, così nella pittura come in diverse bizzarrie, non solo nella patria, ma ancor fuori, acquistasse gran lode…

E, infatti, deve tutta la sua fortuna alla corte di Vienna e poi di Praga, agli Asburgo, agli imperatori Massimiliano II e Riccardo II.

Ritratto di Rodolfo II in veste di Vertunno, dio delle mutazioni

Furono loro a comprendere la qualità della pittura dell’ Arcimboldi e a capire che Giuseppe aveva fatto propria la lezione dei grandi artisti che avevano lavorato a Milano come Leonardo da Vinci. Gli studi sulla natura  del maestro toscano hanno molto importanza per le  sue composizioni sorprendenti, come influenti furono i pittori fiamminghi e gli altri artisti lombardi: i Campi, Gaudenzio Ferrari, Bramantino. Alla corte asburgica, Arcimboldi mette a frutto queste conoscenze e le elabora in un contesto molto effervescente. E’ qui che realizza le opere che lo hanno reso famoso e apprezzatissimo anche presso altri regnanti d’Europa: le quattro stagioni e i quattro elementi della cosmologia aristotelica (Aria, Fuoco, Terra, Acqua). 

Estate

 Opere che vennero replicate e copiate tanto che gli storici fanno fatica a ricostruire il corpus attribuibile direttamente a Arcimboldi. Alla corte degli Asburgo, Giuseppe fu anche “ideatori di giochi , tornei , spettacoli, ideatore di giochi  e costumi, nonché autore di una trascrizione cromatica  delle note musicali” come spiega lo storico dell’arte  Francesco Porzio che precisa:

 Bisogna ammettere una volta per tutte  che l’idea in se’ – l’idea di costruire delle teste umane servendosi di elementi pertinenti ma di altra natura –  ha un valore che non oltrepassa quello della trovata ingegnosa, neppure del tutto originale (Lomazzo la fa risalire a Roger van der Weyden)  e comunque non superiore ai fuochi d’artificio prodotti negli stessi anni dal concettismo visivo della cultura manierista. Arcimboldi è importante perché l’ha risolta in termini qualitativi elevatissimi e soprattutto perché ha saputo farne un simbolo ricchissimo di significati concettuali e formali : un vero e proprio manifesto della cultura e dell’arte del suo tempo.

 

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