Global Climate Strike: le voci dei giovani di tutto il mondo

di Francesca Fumagalli

Il 15 marzo 2019 i giovani uomini e le giovani donne di tutto il mondo scenderanno nelle piazze in nome del Global Climate Strike voluto dall’associazione Fridays for future capeggiata dalla sedicenne svedese Greta Thunberg. Dagli USA all’Inghilterra, centinaia di millennials cercheranno di scuotere le coscienze dei più influenti uomini del pianeta con lo scopo di incentivare i governi dei propri Paesi a mettere in atto delle politiche ambientali più serie e importanti di quanto non sia stato fatto negli ultimi dieci anni.

Per comprendere a pieno la percezione che i nostri ragazzi hanno dei pericoli del surriscaldamento globale – e delle scarse manovre correttive messe in atto dalle rispettive nazioni – ci siamo rivolti ad un piccolo campione di studenti: i giovani frequentanti il Bachelor in Economics and Social Sciences all’Università Bocconi di Milano, provenienti da ogni angolo del globo.

Cominciamo con Preetilata, 20 anni, di origini indiane ma residente a Dubai, che ci racconta come entrambe le sue nazioni – d’origine e d’adozione – si comportino di fronte alla situazione ambientale:

«Dubai al momento non sembra mostrare alcun tipo di interesse nell’emettere riforme che possano in qualche modo ridurre l’impatto della città sull’ambiente: infervorata dall’espansione economica e, di conseguenza, urbana, la politica portata avanti dal nostro governo non è altro che un lampante esempio di come uno sviluppo industriale senza restrizioni possa portare ad un enorme spreco di elettricità e risorse a danno dell’ecosistema. Diversa è invece la situazione in India: numerose manovre sono state fatte per ridurre l’impatto ambientale ma, nonostante le limitazioni, sono raramente rispettate dagli abitanti: bisogna ripartire dall’educazione. Per questo credo nella mobilitazione dei giovani nelle piazze, perché possano loro fare il primo passo per la sensibilizzazione».

Anche Chloé, inglese, non è soddisfatta di come il suo Paese stia reagendo agli allarmanti segnali che il pianeta sta lanciando: «La Gran Bretagna si è mostrata sempre fredda e distaccata in tema di manovre ambientali». Sembrano infatti darle ragion le parole che la Premier britannica May ha rivolto alla giovane attivista svedese, con le quali le consigliava di lasciar perdere le manifestazioni e preoccuparsi, invece, di non saltare ulteriori giorni di scuola. Chloé, guarda con ammirazione alla patria dei suoi genitori, la Francia, che vede più impegnata sul fronte ecologico.

Non è propriamente della stessa idea il marsigliese Claude il quale, sì, riconosce gli sforzi del governo Macron per ridurre l’impatto ambientale della nazione transalpina, ma al tempo stesso critica la natura stessa delle manovre: «La tassa sul carburante, per quanto sia nata con le migliori intenzioni, non tiene conto della naturale conformazione della Francia: estese aree suburbane che circondano poche grandi città. Per andare a lavorare l’automobile risulta fondamentale, per questo la contestazione dei Gilets Jaunes. Prima di attuare simili riforme, l’Eliseo deve pensare ad un miglioramento della qualità della vita o del sistema di trasporti.»

Simmetriche sono invece le situazioni di Khalil, Libano, e Acelya, Turchia. Se da un lato il primo osserva le allarmanti dichiarazioni degli enti ambientali rimanere inascoltate nel suo Paese e spera dunque nella forza della sua voce, insieme a quella dei suoi giovani concittadini, per mettere in moto l’informazione e la consapevolezza, la seconda guarda con rammarico alla situazione della sua Turchia, il cui governo -tutt’altro che ecologista- nega la possibilità ai ragazzi di manifestare nelle piazze.

Note più positive arrivano da Vienna e da Montevideo: per Martin e Jorge pochi saranno i loro connazionali a protestare nelle strade il 15 marzo, perché già ampiamente soddisfatti dalle politiche ambientali dei loro Paesi. L’Austria sale sul gradino più alto in Europa per la più bassa emissione di Co2 e per il suo grande impegno nel riciclaggio e così l’Uruguay, con i suoi soli tre milioni di abitanti, si distingue in Sud-America per la sua campagna alla sostenibilità, dando orgogliosamente vita ad un turismo eco-friendly.

Speriamo dunque che nazioni come queste, laureate in ecologia, possano essere d’esempio per quei governi che ancora hanno davanti un lungo cammino in fatto di sostenibilità ambientale. Emily, Boston, si aspetta una grande affluenza di giovani americani nelle strade il 15 marzo, in disaccordo con l’uscita degli USA dall’Accordo di Parigi voluta dal loro presidente Trump.

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