Grazie, Giorgio

Giorgio-Faletti-Io-uccido-di Aldo Germani

Le pagine scorrono veloci. Ti dici ancora una decina e continuo domani. Inghiottito dal divano ne bruci altre venti e non vuoi ancora smettere. Montecarlo non è mai stata così tanto vicina: è notte anche lì, poi è giorno, poi notte di nuovo, ma il buio oltre i vetri non accenna a schiarire. Gli altri dormono da un pezzo, al tuo sonno invece hai chiesto una tregua. All’inizio funziona, poi si fa un po’ più dura. Ne respingi un assalto potente verso le due: appoggi il libro pancia sotto ed esci sul terrazzo a immergere la faccia nella frescura ferma della notte. Le mani alla ringhiera, la mente persa nella storia, la scritta “io uccido” che a un certo punto immagini comporsi sulla parete accanto. Un brivido ti percorre la schiena, scuoti la testa e le fesserie di cui è capace, ma poi ti volti piano. Torni dentro e vuoi capire chi è, vuoi arrivarci prima che ti venga spiegato. È una sfida, tra te e l’autore: voleva incastrarti così, dentro una notte intensa come poche altre, e non sai come, ma sembra esserci riuscito.

Cambi posto, la schiena al muro e il culo a terra, le ginocchia a fare da leggio. Divori omicidi, incameri dettagli, valuti ipotesi e soppesi deduzioni. Escludi e ti ricredi, segui le piste meno banali e ti guardi alle spalle: dovresti dormire e invece hai i sensi accesi. Ombre lunghe, fetori e passi sopra i sassi. Sei in un cimitero a leggere nomi sulle lapidi e ti accorgi di non essere lì da solo.

Distogli gli occhi dalle pagine: stacchi il tempo di capire che puoi fuggire alla finzione, ma in fondo è meglio il sogno e accetti di provar paura. Ti accorgi di aver male alle gambe perché non le muovi da un po’: ti sei scordato di farlo e meno male che respiri da solo. Occupi la stanza e basta: il corpo qui e tu da un’altra parte. Braccato, alle corde, identificato, colpevole e spacciato.

Cento pagine ancora, ottanta, sessanta. Le cinque e chiudi il libro nove ore dopo averlo cominciato. Orfano di un viaggio imprevisto, restituito al giorno dopo, buttato oltre confine con un libro in mano.

Ti chiedi come ha fatto, in che ordine ha messo le parole per costruire il labirinto da cui non hai saputo venir fuori, la via di uscita offerta solo a poco dalla fine. Non sei capace di un commento, accetti l’incantesimo e ti orienti per casa per essere certo di essere tornato.

Non è letteratura, i maestri forse sono altri, ma ti ha rapito: non è cosa da poco!

Adesso forse è tardi, andava detto prima: grazie di questo, Giorgio.

Aldo Germani

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