Grazie Sigmund !

Freud

di Katiuscia Melato

«La libertà non è un beneficio della cultura: era più grande prima di qualsiasi cultura e ha subito restrizioni con l’evolversi della civiltà.» Sigmund Freud

E’ un grande onore per me ricordare, attraverso la scrittura, la ricorrenza della nascita del padre della psicologia del profondo.

Sigmund Freud nacque il 6 maggio 1856 a Freiberg, in Austria; fu da subito portatore di una doppia identità: ebraica e austriaca. Elemento da non sottovalutare che lo stesso Freud considerava come presupposto fondante della sua capacità di sopportare l’impopolarità, il misconoscimento e la solitudine che circondarono a lungo il suo lavoro.

Il contesto culturale dell’epoca si caratterizzava per il dominio della morale vittoriana, per uno stile di vita borghese,  per una condizione femminile di sottomissione, per una cultura patriarcale. Non è un caso che le sue pazienti fossero perlopiù donne che presentavano sintomi isterici (dal greco hysteron=utero) ed esprimevano attraverso la teatralità del corpo un vissuto di emarginazione sociale, non avendo esse né diritto di voto né di parola.

Suo grande merito è stato dunque dare voce a questo disagio attraverso la “talking cure”, la terapia della parola.

A lui dobbiamo molte intuizioni che vengono ora confermate dalle neuroscienze, non ultimo il concetto di inconscio (ora chiamato “implicito”).

Il suo coraggio e la sua capacità di “vedere oltre” li troviamo in particolare in una delle sue ultime opere che è straordinariamente attuale. “Il disagio della civiltà” infatti allarga la visione medica al sociale e, di questi tempi di gravi minacce e scontri di civiltà, non può che illuminarci nella comprensione del mondo che ci circonda.

Le tendenze aggressive fanno parte della natura umana ed è utopistico volerle abolire completamente (v. il film Arancia meccanica di S.Kubrik) ma, dice Freud in una lettera al suo amico di penna Albert Einstein, possiamo contrastarle con la pulsione antagonista: Eros, l’amore. Possiamo contrapporre alla “banalità del male” (Hannah Arendt) la “banalità del bene” (Enrico Deaglio). A mio modesto parere, è questo il lascito di maggior valore che il Maestro ci ha donato e che può farci vedere la luce in fondo al buio del disagio della civiltà.

Se diventiamo provocatori del bene, sconfiggeremo la pulsione di morte che alberga in ognuno di noi

 

Katiuscia Melato

Psicoterapeuta Transculturale www.psicologomonza.eu

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