I curdi, il teatro, il paese che non c’è

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di Francesca Radaelli

Un paese che non c’è. Un paese che non vuole essere Stato. Eppure esiste, ha confini precisi. Ben più reali di quelli, tracciati col righello, degli Stati di cui fa parte. È il Kurdistan, grande protagonista  lo scorso weekend al Teatro Binario 7 di Monza. Si trova in Siria, ma anche in Iraq, in Iran, e soprattutto in Turchia. E’ Il paese che non c’è e questo è anche il titolo dello spettacolo. Lo disegnano sulla lavagna con i gessetti i due attori Fabrizio Saccomanno e Gianluigi Gherzi. E intanto raccontano.

Gli ascoltatori peraltro non mancano: lo spettacolo, che inaugura la stagione L’altro Binario ha fatto il tutto esaurito nelle serate di venerdì e sabato, sull’onda dei fatti di cronaca delle ultime settimane: l’attacco del nord della Siria da parte della Turchia ha sicuramente scosso l’opinione pubblica e ha forse alzato agli onori delle cronache una delle tante guerre ingiuste che, nella maggior parte dei casi e del tempo, restano ben nascoste negli angoli del mondo.

Fabrizio e Gigi, però, raccontano una storia come non ce ne sono tante. La storia di un popolo che è stato diviso e perseguitato a causa dei confini, e che decide di non voler essere uno Stato per non dover costruire altri confini. È il progetto del ‘confederalismo democratico’,  da cui forse anche in Europa, in tempi di nazionalismi e ‘sovranismi’, si potrebbe imparare qualcosa. Ma è anche un popolo aperto a etnie e culture differenti, in cui le donne sono non solo rispettate, ma protagoniste della vita della comunità. Conseguenza: le armi devono imbracciarle anche loro, le donne, per difenderla, la loro comunità.  

La storia di Fabrizio e Gigi passa anche per l’Italia, per un profugo curdo trovato in fondo al mare del Salento, attaccato agli scogli che cercava di risalire con le ultime forze rimaste dal naufragio. Passa per un filo spinato, per il campo profughi di Maxmur, in Iraq. E arriva infine a Rojava, la regione curda siriana: in prima fila contro la ferocia delle milizie fondamentaliste e del fascismo islamico, eppure lasciata da sola a combattere dai ‘campioni’ della democrazia occidentale.

E alla fine scopriamo che proprio lì a Rojava, tra combattenti armati, giornalisti ipocriti, carovane di artisti ‘fricchettoni’ e giovani innocenti uccise senza un perché, proprio lì, su quella cartina, nel profondo Kurdistan, dentro al paese che non c’è, può trovarsi, per davvero e anche per noi, il centro del mondo.