I racconti del melograno: Daniel

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di Francesco Troiano

Quest’uomo nella foto, scattata nel 2011, aveva sessantasette anni e, alle spalle, una vita apparentemente normale: una moglie, due figli, un lavoro e degli amici. Non era nemmeno un uomo di passioni particolari. C’era però una cosa  di cui non poteva fare a meno: bere. E beveva tanto.

Questo lo portò a farsi licenziare, a essere allontanato dalla sua famiglia e dal suo mondo. In poco tempo si ritrovò sulla strada, a dormire sopra un cartone, solo e dimenticato da tutti.

Un giorno, lo trovai che dormiva su una panchina dei giardini di via Boltraffio, dietro casa mia. Attesi che si svegliasse e,  quando riprese coscienza, mi sedetti vicino a lui.

Mi presentai, gli dissi di aver scattato una foto mentre dormiva e, seppure in presenza di quella bottiglia mi rendessi conto di cosa ne avrebbe fatto dei soldi,  misi qualche euro nella sua tasca.

Cominciammo a parlare e lui mi raccontò la sua storia.

Si chiamava Daniel, era ebreo e i suoi genitori erano stati deportati ad Auschwitz. Lui era riuscito a salvarsi grazie ad una famiglia che lo aveva protetto e cresciuto fino ai vent’anni. Aveva saputo che i suoi veri genitori erano stati ammazzati quasi subito in quel campo di sterminio.

Questo, nonostante la sua vita da adulto avesse seguito direttrici di apparente serenità, covava sotto la cenere, bruciava e gli creava un senso di vuoto enorme, gigantesco, con attacchi d’ansia che lo prostravano ogni giorno di più.

Tutto ciò che ne segui, assieme all’alcol, fu una discesa senza sosta verso l’inferno della sua vita.

Ricordo che, per un attimo, mi adombrò il pensiero che questa storia fosse la favola triste di un povero alcolizzato. Poteva anche essere, se non fosse che, per puro caso, guardai la data di quel giorno, e trasalii.  Era il 27 gennaio, il giorno della memoria.