I racconti del melograno: la bambola di pezza

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di Francesco Troiano

Il 9 settembre 1943 l’Italia è un paese allo sbando senza una guida politica e militare.

Hitler utilizza questo vuoto di potere per far confluire su suolo italiano migliaia di soldati occupandolo militarmente e dichiarandolo “territorio di guerra”.

Le conseguenze di questa occupazione sono pesantissime: l’Italia si trova a sottostare politicamente alle decisioni dei militari tedeschi, la popolazione è costretta a collaborare, reclutata in modo coatto per svolgere mansioni lavorative pesanti e la produzione industriale è requisita; armi e mezzi in dotazione al disciolto Esercito regio, sono confiscati. I militari italiani, senza una guida, cercano di tornare a casa dai vari luoghi in cui sono dislocati. Fra settembre e ottobre i militari tedeschi si installano ovunque e requisiscono le abitazioni più signorili o strategicamente rilevanti, razziando di tutto e di più.

Con l’evolversi della guerra, si ordina lo sfollamento dei paesi per non ostacolare le manovre militari.

In tutta la penisola, milioni di italiani si allontanano dalle città bombardate per cercare un rifugio sicuro.

Mio padre mi raccontava che, in quel periodo, era prigioniero del campo di internamento di Casoli, vicino a Chieti, in attesa di partire per Mauthausen.

Le finestre delle camerate erano senza vetri, alle adunate spirava il freddo gelido di ottobre e si faceva fatica a stare “sull’attenti” per il male ai piedi dovuto ai geloni. Per i suoi servigi da barbiere, verrà salvato da un colonello tedesco comandante del quartier generale.

Nel frattempo, la famiglia di mia madre, camminava sulla statale Pescara-Chieti. Mia madre piccolina, a un tratto, vede una bambola di pezza in mezzo a un campo brullo. Si stacca dalla mano della sua mamma che in abruzzese le strilla: “Ch sti facenne?” In un baleno, corre in mezzo al campo e raccoglie la bambola. Poi, in tutta tranquillità, abbracciata alla sua “bambina”, torna dai suoi famigliari (oltre a mia nonna, suo fratello e mio nonno) trovandoli immobili, quasi pietrificati, a fissare la scritta di un cartello sul bordo del marciapiede: CAMPO MINATO.

A Pescara, abitavano in una casa in mezzo alla pineta. Mia madre mi aveva raccontato di un rastrellamento tedesco e i militari avevano circondato la casa. Mia nonna, da sola, uscì e li affrontò, rifiutandosi di eseguire gli ordini. Il comandante diede loro ventiquattro ore per sbaraccare. Il giorno dopo dovettero abbandonare tutto e dirigersi verso Chieti.

Ricordo che, in un pomeriggio di una mia vacanza da tredicenne a Pescara, durante una passeggiata solitaria in pineta, vidi una costruzione completamente diroccata. Per terra c’erano dei giornali mezzi stracciati da cui si riusciva a intravedere la data del 1945, mentre, dall’unica finestra rimasta, entrava e usciva il volo rapido delle madri di rondine che portavano cibo ai loro piccoli.

Mi sedetti su un tronco ad ascoltare i fischi di quelle scie bianche e nere che volteggiavano sopra di me.

Da dietro la costruzione s’intravedeva il cielo e sotto quell’azzurro, m’immaginavo il mare, perché ne sentivo, o m’illudevo di sentirlo, il rumore delle onde in lontananza.

I mostri che abbiamo dentro

crescono in tutto il mondo

i mostri che abbiamo dentro

ci stanno devastando

I mostri che abbiamo dentro

che vivono in ogni mente

che nascono in ogni terra

inevitabilmente

ci portano alla guerra

(Giorgio Gaber)

28 gennaio 2020