I racconti del melograno: l’acqua del lago

di Francesco Troiano

Nei weekend di primavera i miei, spesso, ci portavano in gita sul lago di Como.

Si prendeva il treno delle Nord con le panche di legno e il finestrino graffiato. All’imbarcadero di fronte una grande villa (che esiste ancora ma non ne ricordo il nome) ci attendeva il battello non molto diverso da quelli attuali: tutto bianco, con i bordi arrotondati, il nome che era di solito Lario o Gabbiano, e quello strano modo di stare in acqua con la prua più bassa rispetto alla poppa come i bateaux parigini o le motonavi del Mississippi. Programma della giornata: giro delle ville e pranzo con menu di pesce.

C’era il signore che faceva le foto prima dell’imbarco, il chioschetto dello zucchero filato. All’improvviso, dal battello, usciva il suono della sirena e, i partecipanti alla traversata, come soldatini, si mettevano in fila davanti al pontile con il biglietto in mano.

L’acqua del lago bagna i ricordi della mia infanzia: le ondine tranquille e limacciose dei porticcioli con le scalette e i gradini che finivano sotto la superficie, lo scorrere del mio corpo su quel liquido morbido color acciaio che non reggeva il tuo peso. Dalla spiaggetta di Pognana, dove andavamo a trovare uno zio proprietario di una villa da “sciuri”, con l’incoscienza dei dieci anni, mi avventuravo a nuoto in gare immaginarie per raggiungere una spiaggetta laterale.

Il battello della gita, ora, passava di fronte a Pognana e indovinavo quella spiaggetta, la villa enorme con il pianoforte in salotto, e vedevo me che uscivo dall’acqua fradicio di lago, mio padre che mi raggiungeva con l’asciugamano dicendomi che era pronto in tavola. Era pronto sì… il pranzo sul battello: trota al forno, grigliata di agoni con le patate novelle e sullo sfondo, Pognana, che scorreva nella foschia di quadretti lontanissimi.