I racconti del melograno: l’Eugenio

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di Francesco Troiano

Stamane in metro, a un signore sui settant’anni, (cappotto antico, barba un po’ lunga, capelli bianchi e occhi verdi) faccio cenno di sedersi accanto al mio posto.

“Grazie. È dalle sette che sono in giro”
Il suo corpaccione stretto fra me e il sostegno, ha un calore di padre. Sprigiona un profumo di colonia identico a quello che spruzzava a fine rasatura il mio papa’ barbiere sul viso liscio dei suoi clienti.
“Mi chiamo Eugenio”
“Piacere, Francesco”
“Sta andando a lavorare Francesco? ”
“Risposta esatta.”
“Eh…io sono in pensione da dieci anni. Un mese fa è mancata mia moglie. E da quel giorno non faccio che camminare. Comincio la mattina presto… anche perché di dormire la notte lasciamo perdere…prendo il quattro, scendo in Maciachini, e poi giù in metro. Al capolinea scendo e torno in superficie, guardo i negozi, faccio il giro dell’isolato, e poi di nuovo in metropolitana. Tutto il giorno così. Ma lo sa che certe volte cammino…cammino.. e non mi rendo conto di dove caspita sono? Magari mi siedo su un panchina…vedo passare una donna che assomiglia a mia moglie e inizio a chiamare: Maria, Maria… Mi guardano come uno del manicomio… E allora torno a casa, accendo la tv, e finisce che mi addormento. Scendo qui va. Grazie ancora del posto. Buon lavoro!”

Non una frase, né una parola: spero che il mio semplice ascoltarlo non l’abbia scambiato per non curanza. Mentre si alza liberandomi da quella stretta piacevolissima, faccio in tempo a toccargli la manica del cappotto per salutarlo. Come una specie di carezza.