Ico Gasparri, fotografo sociale

DSC01464Acireale, luglio 2008. Per lavoro, visito la mostra “Dopo la Sicilia”, curata da Marco Meneguzzo. rassegna ospitata dalla Galleria Credito Siciliano.Tra le foto di Gabriele Basilico, Thomas Struth, Adrian Paci,Giovanni Chiaramonte  scopro un fotografo, un artista, che non conoscevo: Ico Gasparri, 56 anni  quest’anno a luglio..
Solo da un anno si occupava di fotografia a tempo pieno, da professionista. Nella sua vita precedente era stato archeologo, guarda caso laureandosi con un tesi sull’uso della fotografia aerea in archeologia.  A Tolosa, in Francia si era specializzato nelle lettura di immagini  dal satellite.Poi aveva lavorato nel mondo dell’editoria in importanti case editrici, specializzate in libri d’arte e fotografia.  Un percorso segnato da quella che era la sua vera passione di vita. Ma ciò che allora mi  colpì e che scoprii nei suoi scatti  era quello sguardo acuto, quella capacità di raccontare attraverso  un particolare la complessità di una  situazione. In quel caso erano i templi di Selinunte e le foto erano dedicate ai Siciliani e, in particolare,  a Peppino Impastato, il giornalista assassinato dalla mafia nel 1978.

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Dalla mostra “Peppino Impastato antichissimo fiore”

L’impegno di Gasparri è esplicito, senza infingimenti né mezze parole. Ne ho avuto conferma quando ha pubblicato il libro “Chi è il maestro del Lupo Cattivo”, una denuncia sull’uso del corpo della donna nei cartelloni pubblicitari. In tutte le  fotografie, il mondo è raccontato in modo critico, uno sguardo diverso e profondo, lo stesso  che si ritrova nelle sue rappresentazioni teatrali, nei seminari universitari dove viene chiamato, nei corsi che tiene nella sua scuola di fotografia, ora al quinto anno di attività.  Ecco che cosa ci ha raccontato.

Sei un artista di altissima qualità.  Di solito, i fotografi e pittori raramente sentono il bisogno di trasferire il loro sapere, di condividere il loro mondo, la loro creatività. Che cosa significa per te questa esperienza di insegnante?

R. Ti ringrazio per la considerazione che esprimi a proposito della mia vita d’artista. Non posso essere io a dire la mia qualità sia altissima, ma posso assicurarti che la mia passione per la fotografia certamente lo è.

Credo che la difficoltà nell’incontrare oggi un fotografo disposto a comunicare agli altri quelli che potremmo definire “i segreti”, le motivazioni nascoste, il pensiero, sia dovuta essenzialmente all’estrema accessibilità della fotografia come mezzo di espressione, diciamo “un’arte senza passaporto”, una modalità di creazione oggi potentemente assistita dalla tecnologia a cui si accede essenzialmente acquistando un apparecchio fotografico e usandolo con perizia, spesso producendo risultati esteticamente meravigliosi e accattivanti che incontrano il favore del pubblico, ma poggiano su motivazioni estremamente labili dal punto di vista della narrazione, dell’originalità, del pensiero d’artista.

Questa semplicità di approccio, che mi piace perché è democratica, genera inevitabilmente un senso di gelosia, di invidia, di individualismo che caratterizza soprattutto i fotografi e che non ho quasi mai riscontrato in artisti che si esprimono con altri linguaggi. I fotografi tra di loro non si parlano, raramente sono amici, si guardano da lontano e si uniscono soltanto se motivati dalla difesa di un giardinetto, di una galleria, di un’agenzia, insomma di guadagni, di potenziali acquirenti e committenti. E questo, invece, non mi piace. Per questo motivo non ho quasi nessun amico fotografo, ma ne ho avuti tantissimi pittori, musicisti ecc.

I fotografi non raccontano quasi mai le loro motivazioni profonde e, ancora meno, si raccontano: se capita, si tratta solo di tecnologia, di aneddoti sul soggetto ripreso, di modelli di macchine e di obiettivi, di trovate originali di stampa, di ripetizione di regole e schemi di ripresa accademici che mi fanno venire, sinceramente, l’orticaria. Un mondo chiuso e muto in cui un fotografo non ti presenterà mai il suo gallerista o il suo mercante e neppure ti chiederà di svolgere una ricerca insieme.

Questa sintesi veloce e indubbiamente meritevole di molte precisazioni e approfondimenti che qui ometto, contiene in sé le motivazioni per la nascita della mia “scuola di fotografia d’autore ICHOME” 5 anni fa. Scuola che nasce per fare esattamente l’opposto di quanto ti mi chiedevi all’inizio: raccontare l’intimità dell’artista, spiegare il mio percorso espressivo e dimostrare come esso sia alla portata di tutti. Tutti possono raggiungere ottimi risultati narrativi, confrontandosi alla mia scuola con il pensiero e la passione. Io cerco di svelare una strada che può essere percorsa da tutti, a patto che non si immagini una strada fatta di tecnica, di sensazionalismo o di estetica fine a se stessa.

Quali sono i criteri, lo spirito che anima i tuoi corsi?

R. Sono proprio quelli che ho descritto sopra: confronto, vicinanza, accessibilità, poesia.

Nella presentazione del corso di base ho letto  che la tua scuola “ICHOME” si basa sul concetto di “scatto unico “, vuoi spiegarmi che cosa significa?

R. Proprio per fare piazza pulita dell’equivoco “fotografia=estetica”, cerco di basare tutto il mio insegnamento sull’immaginazione, fin dal primo giorno, del singolo risultato, della singola scena che il fotografo ha in testa a patto che corrisponda a un progetto, a una pista narrativa lungo cui deporre, giorno dopo giorno le nostre creaturine fotografiche. Lo scatto quindi è un quadro concepito come unico, come la migliore visualizzazione del nostro pensiero attorno a quella scena. Uno scatto unico, appunto. Quindi, niente fotografia compulsiva, niente scatti a raffica, ma respirazione, postura, pensiero e, anche, non-fotografia. Non è obbligatorio scattare una fotografia davanti a una scena che ci piace e ci attira. Importante è portarla dentro di noi.

Da un punto di vista pratico, quali saperi trasferisci alle persone che seguono i corsi?

R. Tutti quelli che ho e che vanno dalla tecnica di base, cioè dai pilastri fondamentali (tempi, diaframmi, sensibilità, contrasto, profondità, fuoco) che servono, adeguatamente combinati, a cavarsela al meglio in ogni situazione di ripresa. E poi trasmissione del pensiero che sta sotto alle mie ricerche per far capire come esse si siano sviluppate e come questo percorso sia alla portata di tutti. E i risultati mi danno ragione! La trasmissione del racconto a volte è anche molto intima e difficile, una specie di confidenza con la nostra immaginazione, un discorso continuo sul perché fotografiamo e che cosa ci piacerebbe raccontare.

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Mare clandestino


Sempre nella presentazione della scuola “ICHOME” ho letto che non dai lezioni di post-produzione digitale? Vuoi precisare i motivi di questa scelta?

R. La fotografia deve essere perfetta già nello scatto, nell’unico scatto. Non importa se in pellicola o digitale. La postproduzione, cioè la manipolazione dei files digitali, non appartiene alla mia scuola perché non appartiene alla mia poetica artistica e nemmeno alle mie capacità: non so farla e non voglio impararla, quindi, non la insegno. L’elaborazione delle immagini è una disciplina anche difficile da insegnare in modo professionale e non tocca ai fotografi ma ai tecnici di laboratorio praticarla e insegnarla. Non è una disciplina né buona né cattiva, ma va utilizzata se ne abbiamo davvero bisogno per elaborare un nostro pensiero. La rispetto: non deve servire a migliorare scatti mal concepiti e mal realizzati, ma può servire senz’altro a dare alla fotografia valenze pittoriche o performative necessarie all’artista. Ma questa è un’altra cosa che non mi interessa e per il momento non mi appartiene.

Prevedi nel tuo corso workshop collettivi in esterni. A Milano o in altre città? Nel passato che cosa ha rappresentato questa esperienza?

R. Un momento di grandissima crescita innanzitutto per me e anche molto per i partecipanti. Essere tenuti a raccontare, come io faccio, passo per passo l’evoluzione istantanea di un pensiero artistico davanti a una scena che non ho mai visto in precedenza, mi ha costretto a elaborare meglio le parole e, a volte, anche il percorso ideale. Dal punto di vista degli allievi e delle allieve, è stata un’esperienza straordinariamente diretta, quasi intima nel senso del pensiero, che ha portato molti di loro a ripetere diverse volte l’esperienza. Un momento di grande partecipazione collettiva in cui tutti si sentono di potercela fare ad esprimere le cose che hanno sempre avuto dentro.

I corsi avanzati ti mettono a contatto con “allievi” che hanno già una formazione pratica. Come si strutturano questi corsi ?

R. Si accede ai corsi avanzati soltanto dopo aver frequentato un corso base o un workshop e questo perché è necessario aver conosciuto e condiviso la filosofia della mia scuola. All’inizio tengo due o tre lezioni sul significato di “ricerca” per distinguere un percorso d’autore da una “collezione” di immagini tenute insieme solo dalla tipologia di soggetto. “fotografo le porte, le finestre, i bambini, i fiori” ecc. Poi aspetto che i più coraggiosi comincino a portare, mese dopo mese, i propri scatti e lì ragioniamo collettivamente sulla potenza della ricerca stessa, giungendo, in alcuni casi, a delle evoluzioni assolutamente straordinarie nel corso dell’anno.

Nel web, ma anche su giornali e in tv spesso, troppo spesso, vediamo  immagini  orrende, pessime inquadrature, prive delle forza che ha l’immagine. Molto più spesso di quanto, ci sembra, accadeva  nel passato. Certo ci sono molti improvvisatori, certo  molti pensano, anche addetti  ai lavori, che sia sufficiente pigiare su un bottone per fare fotografie o per riprendere  un’immagine con una telecamera. Questo, secondo te, perché ?

R. Credo che dipenda dai motivi che ho descritto all’inizio: la fotografia, e con essa anche la ripresa filmica, sono ormai diventate territorio di tutti e, contemporaneamente, anche la valutazione dei lavori lo è diventata. Se fotografi improvvisati portano foto insignificanti nelle redazioni o in galleria, sta agli addetti alla selezione e ai galleristi far piazza pulita. Invece, spesso mi sono trovato di fronte a persone che dovevano valutare il mio lavoro o quelli di altri autori che mancavano evidentemente di una cultura di base, prima ancora che di una cultura dell’immagine, una cultura concepita in senso lato, capace di padroneggiare narrazione, originalità, creatività, poesia. Poca cultura da una parte e dall’altra. Questo è un peccato, una storia che si perde. Per i giovani, ma anche per noi più anziani sarebbe meglio essere bocciati da persone competenti piuttosto che promossi da altre più ignoranti di noi.

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Daniela Annaro

 

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