Il coniglietto

Coniglietto1

di Lello Gurrado

Gli amici lo  chiamavano “coniglietto”, lui sorrideva, abbassava il capo e non diceva niente. Mai. Era un fifone, lo era sempre stato. Aveva paura di tutto: dei temporali, del buio, della solitudine, degli animali. Paura di entrare in acqua, di arrampicarsi in montagna, paura persino di giocare al pallone per non rischiare di prendere un calcio o fare una brutta caduta.

Aveva sedici anni, era grande, grosso e forte ma non c’era niente da fare. Alla prima difficoltà, al minimo contrattempo Luca Abbiati veniva attanagliato dalla paura e diventava un coniglio. Un “coniglietto” come dicevano gli amici.

Non aveva mai partecipato a una rissa, mai fatto a botte con qualcuno. Era abilissimo nel respingere ogni genere di provocazione. Gianni a scuola gli rifilava una gomitata nel fianco fingendo d’averlo fatto senza accorgersene? Lui subiva dicendo “niente, non mi hai fatto niente”; Carlo gli gettava la cicca della sigaretta su un piede e  Claudia, anche lei, gli rovesciava addosso la coca cola dal bicchiere? Il “coniglietto” incassava senza reagire. È troppo buono, dicevano di lui. Ma non era bontà, era paura. Gianni, Carlo e Claudia  lo sapevano e ridevano di lui.

Prima o poi gli passerà, pensava chi lo conosceva un po’ di più. Ma i mesi scorrevano e il “coniglietto” restava tale.

Finì il tempo del liceo, Luca compì diciotto anni, età in cui ci si sente padroni del mondo, ma non cambiò niente. Gianni, Carlo e Claudia, tutti e tre promossi, ebbero in regalo dai genitori un motorino, lui preferì un giaccone perché anche il motorino gli faceva paura.

Presto rimase senza amici. Stanchi di sentirsi dire sempre “no” –   no a una nuotata in piscina, no a un giro sulle montagne russe, no  a una corsa in moto, sempre per paura – Gianni, Claudia, Carlo e gli altri a poco a poco lo mollarono. Il “coniglietto” restò solo trovando compagnia solo nei libri. Libri di storia e di leggende, non gialli perché anche quelli lo mettevano in agitazione.

Leggeva molto, non soltanto libri, ma anche quotidiani e periodici.   Gli piaceva essere informato su quello che accadeva nel mondo, bello o brutto che fosse.

Stava leggendo anche quel tardo pomeriggio, seduto su una panchina, alle ultime luci del giorno, quando sentì un urlo alle sue spalle. Veniva dal giardinetto ed era un grido di donna. Luca si voltò di scatto, ovviamente impaurito, e la scena che gli apparve davanti agli occhi lo fece trasalire. La ragazza che aveva lanciato l’urlo era distesa sull’erba e un uomo la trascinava per i capelli provocandole un dolore così intenso che lo stesso Luca ebbe l’impressione di sentire a distanza.

Un attimo dopo, mentre ancora le stringeva i capelli e lei continuava a urlare chiedendo aiuto, l’uomo cominciò a colpire la ragazza con una serie di calci alla schiena, sulle braccia, nella pancia. La ragazza gridava, piangeva, emetteva una sorta di guaito disperato ma l’uomo non aveva pietà.

Luca era stravolto. Attonito, vide l’uomo chinarsi e sferrare un pugno al volto della ragazza. Dal naso fratturato dal colpo sgorgò un rivolo di sangue che andò ad arrossare il suo bel viso. Un’immagine drammatica, irreale. Luca si guardò intorno sgomento. Scorse quattro, cinque, forse sei persone impalate di fronte a quella scena, ma non vide nessuno farsi avanti. In quell’istante, improvvisa, gli scattò dentro una molla. Di fronte a quella scena di selvaggia violenza, di fronte all’atteggiamento vigliacco dei curiosi Luca non ebbe più esitazioni. Fece volare in aria il libro che stava leggendo, si alzò dalla panchina e lanciando una sorta di urlo di guerra potente e liberatorio scattò in difesa della ragazza saltando addosso al suo picchiatore. L’uomo era più grande di lui, più grosso, più cattivo, ma Luca non ebbe paura, non aveva più paura. Atterrò l’uomo, gli bloccò le braccia e lo immobilizzò schiacciandolo col suo corpo. Poi si rivolse alla ragazza. “Chiama il 113” le disse. “Penso io a tenerlo fermo”. Lo tenne sotto di sé fino all’arrivo della polizia.

Dopo averlo consegnato agli agenti e raccontato che cosa era successo si allontanò a testa alta.  Soltanto allora si accorse che tra le persone che avevano assistito al pestaggio senza avere il coraggio di intervenire c’erano anche  Gianni, Claudia e Carlo.Lello-Gurrado

“Ciao coniglietti” disse guardandoli dritto negli occhi.

 

 

One thought on “Il coniglietto

  1. Interessante, godibile ed attualissimo racconto. Potessero terminare in questo modo tutte le aggressioni violente subite, in gran parte, dalle donne, avremo dato un buon contributo alla giustizia e alla deterrenza del fenomeno, insopportabile, della violenza gratuita e bestiale che parrebbe, ormai, nel nostro paese essere divenuta endemica. Complimenti all’Autore di questo esemplare racconto.

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