Il laureato

laureadi Luigi Picheca

Il culto del famoso pezzo di carta affonda le sue radici negli anni della nostra ripresa economica, tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60, quando le campagne si spopolavano e le città si espandevano sempre di più. Erano gli anni di una emigrazione interna che ha visto molta gente del sud trasferirsi verso le città del nord e cambiare la fisionomia politica del nostro paese.

Sono stati gli  anni della riscossa, in cui molti ex contadini ed operai hanno maturato la decisione del riscatto sociale, mandando i propri figli a studiare a costo di grandi sacrifici. Si gettavano così le basi di un falso ideale, quello di una cultura che doveva per forza essere asservita al privilegio.
Da qui si comincia un percorso di acculturamento generale e mal gestito che prima premia questi giovani professionisti poi li condanna a una situazione di attesa sempre più esasperata che scontenta tutti. Arriviamo ai tempi nostri per scoprire una nuova realtà, quella di vedere i giovani laureati addirittura penalizzati dal loro titolo di studio nel la ricerca di una occupazione.
Eppure era inevitabile arrivare a questo punto. La laurea non rappresenta più un titolo elitario. Cosa è cambiato?

Bisogna essere consapevoli che la cultura rappresenta un bene sociale che arricchisce semplicemente la qualità di un popolo, non rappresenta più un bene riguardante pochi aristocratici ma un bene comune. La cultura è divenuta un bene comune, un termometro che misura il grado di evoluzione di una società che non si misura più per numero di avvocati, architetti, ingegneri e medici praticanti
ma si misura con altri parametri.

Oggi dobbiamo essere pronti a recepire le richieste che il mercato ci propone, un futuro in continua evoluzione che va più veloce dei piani di studio universitari in cui si preparano nuovi laureati fuori mercato che vanno ad ingrossare le fila dei disoccupati, prima ancora che si iscrivano alle loro Facoltà. Un piano di studi antiquato e ampiamente superato che necessariamente coinvolge le nostre istituzioni in colpevole ritardo sulle richieste dell’industria che si trova costretta a cercare i loro laureati in altri paesi.

Luigi Picheca

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