Il libro dell’incontro – Vittime e responsabili della lotta armata a confronto

Il libro dell'incontroDurante i rispettivi percorsi lavorativi, per motivi vari, Guido Bertagna, frate gesuita che collabora ad itinerari di giustizia riparativa, Adolfo Ceretti, professore di criminologia all’Università di Milano Bicocca, e Claudia Mazzucato, professore di diritto penale all’Università Cattolica, hanno avuto l’occasione di incontrare sia uomini e donne che avevano partecipato attivamente nelle bande armate, durante gli anni di piombo, sia vittime delle scelte e delle azioni di questi. Sono stati, quindi, testimoni dei percorsi di vita e delle difficoltà che gli uni e gli altri incontravano nel processo di elaborazione del lutto o della colpa, e del tentativo di reintegrarsi nel contesto sociale. In conseguenza di ciò, nel 2007, hanno deciso di proporre una serie di incontri nei quali promuovere un contatto dialogico fra le varie parti protagoniste di quegli anni bui della storia italiana, cercando di perseguire una giustizia riparativa, basata sul modello della Commissione per la verità e la riconciliazione che ha operato in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid.

La giustizia riparativa non si limita alla mera applicazione della pena, ma cerca di favorire una riconciliazione fra vittima e colpevole, la si può definire una giustizia dell’incontro, il cui obiettivo è di “riparare le conseguenze del reato mediante un lavoro impegnativo e volontario sulle questioni che contano per i protagonisti”, spiega la Dottoressa Mazzucato.

Incoraggiati dalla partecipazione delle persone coinvolte, i tre mediatori hanno dato vita ad un gruppo che si è poi allargato numericamente nel tempo; i colloqui fra gli ex terroristi, tutti di matrice rossa, e i familiari delle vittime si sono protratti per sette anni; al progetto partecipava anche il Cardinale Carlo Maria Martini, e, nel giugno del 2007, una rappresentanza composta da trenta persone, fra cui Agnese Moro e tre ex brigatisti, si è recata in visita alla tomba di Aldo Moro.

Questo saggio racconta la genesi, l’evolversi e il protrarsi di questa straordinaria iniziativa, che non è conclusa ma prosegue verso nuove aperture, perché, sottolineano gli autori, il futuro non è ancora scritto.

Particolarmente interessanti sono le testimonianze delle parti coinvolte, alcune sono molto brevi, esprimono riflessioni riportate sinteticamente, altre sono più lunghe ed articolate e in esse il narratore riporta in modo esteso le proprie esperienze personali; alcune sono firmate, la maggior parte non lo sono.

Ne scaturisce una sorta di Antologia di Spoon River scritta da persone vive e realmente esistenti, che raccontano dolorose esperienze personali di cui portano il peso; c’è chi si chiede quanta verità si può essere disposti ad ascoltare, chi ammette che per sapere i motivi per cui ha ucciso avrebbe bisogno di rileggere il comunicato di rivendicazione, e chi sente il bisogno di “uscire dalla prigionia del ricordo, che corre il rischio di trasformarsi in vittimismo, e recuperare invece il senso del vivere”.

Nessuno sente più il bisogno di vendetta, così come nessuno chiede perdono, ma tutti sono accomunati da un’esigenza di comprensione finalizzata all’elaborazione degli eventi, perché, come spiega una delle voci narranti, il punto cruciale è, e rimane, quello della ricomposizione fra le parti: “questo è un percorso umano, e credo che non dovremmo solo parlare di riparazione. Dovremmo agire riparazione”.

Valeria Savio

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