Il malato immaginario di Molière

di Marco Riboldi

Il “malato immaginario “ di Molière al Teatro Manzoni di Monza. La costante preoccupazione per la nostra salute ci spinge spesso a valutare emotivamente la medicina e tutto quanto ad essa connesso. Così si oscilla tra chi ha fiducia incondizionata nella scienza a chi si affida a improbabili intuizioni di questo o quello “stregone”, a chi finisce per volgersi ad una sorte di ribellione.

La commedia  francese del 1673, con Tindaro Granata e Lucia Lavia e la regia di Andrea Chiodi, andata in scena lo scorso fine settimana, mette in scena una persona “fissata” per la medicina ed egualmente “fissata” di essere malata. Uso il termine non a caso: “immaginario” nel francese dell’epoca significava anche disturbato di mente, come è il nostro “fissato” Argante.

Convinto di essere malatissimo, consulta continuamente medici e farmacisti e giunge al punto di pretendere che la figlia sposi un giovane e sconclusionato medico per avere la comodità di una parentela capace di curarlo. Finirà come ovvio in modo diverso: la figlia sposerà il suo innamorato e Argante verrà nominato lui stesso medico da una finta commissione della facoltà, così potrà curarsi da sé con piena soddisfazione.

Non si pensi ad una commedia tutta e solo farsesca: certo lo è nella caricatura dei personaggi, ma a questi tratti aggiunge considerazioni tutt’altro che banali sulla medicina, sulla scienza e sull’attenzione che va riservata alla natura.

Va tenuto presente che siamo nel periodo in cui la scienza medica comincia un cammino di distacco da molte convinzioni derivanti dal passato, per cui la critica alla medicina diventa in effetti la critica alla ascientificità della pratica medica dell’epoca. Ci si avvia, insomma, verso un razionalismo che si fa critico del sapere tradizionale: siamo alle soglie dell’illuminismo, dell’empirismo e della scienza moderna.

Su questo, si innesta il discorso “umanistico”: la medicina così invasiva della vita e del tempo personale  è  una delle illusioni dell’uomo, che trova una visione consolatoria come rimedio anche alla propria solitudine di fronte alle difficoltà della vita.

Certo la cifra espressiva è quella della commedia, che la  abile regia di Andrea Chiodi sa sfruttare in modo adeguato: una certa frenesia dei personaggi, la maestria con cui si gioca con i toni ora “ragionati”, ora fantasiosi, consentono al pubblico di godere di un paio d’ore di spettacolo davvero gradevole.

Buona la resa degli attori, guidati da  Tindaro Granata  e da Lucia Lavia,   davvero convincente  e azzeccata la scelta di accompagnare con una musica di facile e persuasivo ascolto.

La musica, ricordiamo, era presente in modo importante nella commedia del tempo: alla fine di ogni atto vi era un numero musicale e questa commedia ebbe in originale le musiche di un artista di primo piano, Marc-Antoine Charpentier, autore celebre per la musica sacra e  di cui tutti conosciamo il preludio al Te Deum che è usato come sigla dell’Eurovisione.

Che altro dire? Fu l’ultima commedia di Molière che, singolare coincidenza con il tema, la portò in scena poche ore prima di morire, il 17 febbraio del 1673.

 

 

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