Il ‘malato immaginario’ Gioele Dix in scena al teatro Manzoni

malato immaginariodi Francesca Radaelli

Un Malato immaginario ‘senza tempo e di tutti i tempi’. È quanto vuole proporre, o meglio ri-proporre, Andrée Ruth Shammah, rispolverando la regia del capolavoro di Molière con cui agli inizi degli anni Ottanta si affermò sulla scena teatrale italiana. Nel ruolo del malato Argan recitava il grande Franco Parenti, oggi il personaggio è affidato a Gioele Dix, già in scena nell’allestimento di allora, affiancato da Anna Della Rosa nel ruolo della serva Toinette. Lo spettacolo – che si avvale delle scenografia originaria di Gianmaurizio Fercioni e vede la partecipazione tra gli altri di Linda Gennari nel ruolo di Belina (la seconda moglie di Argan che non vede l’ora di mettere le mani sull’eredità), Valentina Bartolo (Angelica, figlia di Argan), Francesco Brandi (un esilarante Tommaso Purgoni, promesso sposo di Angelica) – è approdato sul palcoscenico del teatro Manzoni di Monza, in scena da giovedì 12 a domenica 15 marzo.

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Si ride parecchio, e con gusto, nel seguire i dialoghi, proposti nella vivace traduzione di Cesare Garboli, e nel vedere i personaggi affannarsi intorno alla sedia rossa con le rotelle su cui troneggia lui, il malato immaginario, avvolto in un’ampia vestaglia bianca, con in testa la cuffia di pizzo da cui mai si separa e accanto le altrettanto inseparabili medicine. La camera di Argan, dalla quale il malato esce solo per precipitarsi alla ‘toilette’ quando fanno effetto i clisteri di cui fa uso massiccio (seguendo scrupolosamente  le indicazioni del dottor Fecis), ricorda una grande gabbia: come nell’impianto scenico originario, non ci sono gli arredi che ci si aspetterebbe di trovare in una casa borghese come quella in cui è ambientata la vicenda, ma solo pareti nere, qualche sedia, la poltrona del malato e il tavolino con le rotelle su cui sono disposte le ampolle tintinnanti delle medicine.

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È questa la prigione in cui si consuma la tragicommedia di un ipocondriaco chiamato a prendere decisioni da pater familias – su tutte il matrimonio della figlia e il testamento – ma troppo debole e fragile per assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.

Gioele Dix dà forma a un Argan nevrotico ma non particolarmente ‘incattivito’ dalla malattia, piuttosto debolmente rassegnato alla sua perpetua condizione di malato che, nel turbinare intorno al suo capezzale di figlie, serve, mogli, notai e medici, decide di mettersi completamente nelle mani di questi ultimi, convinto che solo su di loro e sulle loro prescrizioni si possa fare davvero affidamento.

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Su questi medici a caccia di pazienti ricchi da ‘spennare’ si riversa tutto il sarcasmo di Molière, che doveva averne una considerevole esperienza, essendo stato lui stesso ammalato  (per davvero) di tisi per gran parte della sua vita, e che morirà proprio subito dopo una rappresentazione del Malato immaginario in cui aveva recitato da protagonista. E solo alla fine della pièce, una delle più riuscite e apprezzate del grande commediografo, Argan si lascia convincere dalla serva Toinette ad abbandonare per un momento la fiducia cieca nei medici, le medicine e la condizione di malato immaginario per aprire finalmente gli occhi sulla realtà che lo circonda. Per farlo è però necessario fingersi morto. Nel teatrino perennemente in scena intorno a lui, è questo l’unico modo per comprendere chi sta solo recitando una parte per interesse e chi invece è sincero nell’affetto che gli dimostra. E ha davvero a cuore la sua salute.

 

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