Il “matto” per dare voce alla verità

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di Elena Borravicchio

Shakespeare utilizzava la figura del “matto” per dar voce alla verità, anche quella scomoda, che, affidata a qualunque altro attore, avrebbe inchiodato gli altri personaggi e, forse, rischiato la censura. Proclamata dal giullare, la verità veniva accettata perché, si sa, i matti esagerano sempre.

Massimiliano Loizzi, autore, regista e interprete de “Il Matto 3”, andato in scena lo scorso fine settimana al Teatro Binario 7, utilizza questo espediente quando compare sulla scena, in penombra, con indosso uno sgargiante completo rosso.  Ha un parlare e un fare nevrotico, farnetica di voci che sente, con cui dialoga, che gli dicono di comprare un biglietto per l’Africa, perché lì avrebbe trovato le risposte. E, dopo che lui il biglietto lo ha comprato, smettono di parlargli. E inizia il viaggio, ma non il viaggio dell’ipotetico paranoico che apre lo spettacolo, bensì un viaggio vero, a ritroso nel tempo, nella storia del nostro paese. Si allestisce un’aula di tribunale, nella quale si svolge un processo penale: indagato lo stato italiano, nella vicenda del cosiddetto “naufragio dei bambini” dell’11 ottobre 2013, a 30 miglia di distanza dalle coste di Lampedusa.

Loizzi interpreta tutti i personaggi: un giudice fazioso, un avvocato rampante e uno serio, continuamente sminuito, più una variegata serie di testimoni (da politici vari, all’unico superstite del barcone, dal giornalista inviato, a Carlo Cracco, fino al Duce in persona).

Il ritmo è incalzante e i continui cambi di registro davvero notevoli. L’ironia che ne emerge è così amara, così dissonante nei personaggi palesemente corrotti, vigliacchi e piacioni, che comunque fanno sorridere perché ironici e talvolta paradossali, che non si sa se ridere o impallidire. Loizzi, nella parte dell’uno e dell’altro avvocato, cita testualmente vari stralci delle dichiarazioni delle persone coinvolte nella tragedia. Davvero non si sa se credergli, tanto suonano assurdi. È il matto che parla! Possiamo ascoltare tranquilli. Non può essere vero.

E invece è tutto tremendamente vero. Non viene attribuita una responsabilità specifica, tuttavia, ciò che emerge chiaramente è che, quel giorno, avvenne un clamoroso gioco di rimbalzi, rimandi e faciloneria che costò la vita a 268 persone, di cui 60 bambini.

Loizzi chiama in causa anche Dio nel suo tribunale che, con voce suadente e fare rilassato, ci ricorda che l’Aldilà non esiste e lui non esaudisce alcuna preghiera. Sta a noi, sembra volerci dire infine, interpretando una canzone che pare un elogio della follia o forse della verità, attribuirci tutte le responsabilità.