Impressioni Oscar 2019

di Rebecca Casati

La scorsa settimana si è svolta la 91esima edizione dei premi Oscar che, nonostante la mancanza di un presentatore, è risultata molto piacevole da guardare, soprattutto per il maggior spazio che sono riusciti ad avere i vincitori. Qui vorrei parlarvi di tre pellicole, che hanno partecipato e vinto, ma al tempo stesso sono molto chiacchierate: A Star is Born, Green Book e Roma. Partiamo da A Star is Born. Si tratta della prima pellicola diretta da Bradley Cooper, ed è il remake di E’ nata una stella, uscita sui grandi schermi negli anni ’30. La trama è molto semplice: si racconta la storia d’amore tra Jackson Maine, rockstar affermata con un passato turbolento, e Ally Campana, astro nascente del pop.

Tralasciando il fatto che la storia narrata sia già stata proposta e riproposta (credo in tutti i modi possibili), il film non ha soddisfatto le aspettative che mi ero creata con la visione del trailer. La relazione tra i due protagonisti sembra cominciare troppo presto e il primo atto si dilunga inutilmente in scene d’amore. Il secondo atto è una discesa continua, si scade nella banalità e lo spettatore, alla fine del film, si rende conto di essere già a conoscenza della conclusione. Nonostante questo,  sono abbastanza d’accordo con la vincita per la miglior canzone originale, Shallow, interpretata egregiamente anche alla cerimonia degli Oscar da Bradley Cooper e Lady Gaga.

Ma il grande vincitore di questa edizione degli Academy Awards è stato Green Book. Ambientato negli anni ’60, vede come protagonisti Frank  “Tony Lip” Vallelonga (interpretato da Viggo Mortensen), un ex-buttafuori italo-americano e il suo amico e datore di lavoro afroamericano Don Shirley (Mahershala Ali), un noto pianista che lo assume come autista e tuttofare per accompagnarlo in tour nel profondo sud degli Stati Uniti. Ma parliamo del titolo del film: Green book. Cos’è?

Il suo titolo originale è The Negro Motorist Green-Book ed è stato pubblicato per la prima volta dal newyorchese Victor Hugo Green nel 1936 con lo scopo di “dare al viaggiatore nero informazioni che gli impediscano di incorrere in difficoltà, imbarazzi e rendere il suo viaggio più piacevole”. La sua pubblicazione – annuale fino al 1966 – viene cessata dopo il Civil Right Act del 1964, che bandiva le discriminazioni razziali.

Ispirato da una storia vera, il film è incentrato sul rapporto di amicizia che, giorno dopo giorno, si instaura tra i due protagonisti: Frank, uomo rozzo e volgare, e Don, raffinato pianista tormentato però dall’essere “non abbastanza nero, né abbastanza bianco”, facendo riferimento alla sua educazione, solitamente propria degli uomini bianchi, ed al colore della sua pelle, unica cosa che – di fatto – lo accomuna alla comunità afroamericana. Frank e Don non potrebbero essere più incompatibili, ma la costretta vicinanza fa sì che i due imparino a conoscersi ed aiutarsi a vicenda e, di conseguenza, a superare i pregiudizi dettati dal razzismo. Ma, anche se questi sembrerebbero degli spunti perfetti per costruire una storia originale, il film non si addentra nella questione “razzismo”.

Chiudiamo infine con la nota più positiva: Roma. Questo film, diretto da Alfonso Cuaron, racconta le vicende di una famiglia messicana degli anni ’70. E’ sicuramente un film d’autore, molto impegnato nonché molto personale. Questo perché Roma non è solo il nome del quartiere in cui è ambientato il film, ma anche del luogo in cui lo stesso regista ha vissuto. La sua familiarità con la città ha fatto sì che l’ambiente in cui sono collocate le vicende fosse ricostruito alla perfezione.Le due figure principali sono Sofia, la padrona di casa, e Cleo, la domestica. Sono donne molto forti, abbandonate per  motivi diversi dai mariti, categoria di personaggi fortemente connotata in senso negativo. Eppure Cuaron non fa del proprio film un mezzo di denuncia, ma semplicemente si limita a riportare la realtà sul grande schermo, assumendo attori non professionisti per cercare di rendere le emozioni il più reali possibili. Questo contribuisce a rendere la narrazione scorrevole, nonostante Cuaron accosti spesso scene di grande serenità e gioia con altre di toccante drammaticità. Questi contrasti sono accentuati anche dalle scelte della regia: in primo luogo il gioco di luci e ombre accentuato dalla tecnica del bianco e nero.  

Consiglio fortemente la visione di questo capolavoro, non solo per come viene trattato l’essere donna in un mondo maschilista, ma anche per il puro e semplice piacere visivo.

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