Intervista a Francesco Tesei, il Mentalista di The Game

tesei miniaturadi Isabella Procaccini

“Il mentalismo non è una scienza, il mentalismo è una forma d’arte.” Spiega Francesco Tesei, il Mentalista che venerdì 29 gennaio alle 21.00 salirà per la terza stagione consecutiva sul palcoscenico del teatro Manzoni di Monza, questa volta con uno spettacolo tutto nuovo: The Game, il gioco che saprà coinvolgere e stupire il pubblico.

 Qual è la tua storia? Come si diventa un Mentalista?

Fin da bambino ero innamorato della magia, nel senso dell’illusionismo. Guardavo Silvan in TV e sognavo di diventare come lui. Crescendo, da ragazzo, mi sono interessato e appassionato all’illusionismo e l’ho fatto diventare la mia professione. Perciò nei primi anni della mia carriera, parlo di un arco di  quindici anni, ho fatto effettivamente l’illusionista girando un po’ tutto il mondo, lavorando anche sulle navi da crociera e quindi ho viaggiato parecchio e ho visitato più di 30 paesi con il mio spettacolo. Probabilmente poi crescendo la magia iniziava a starmi un po’ stretta; cioè questo tipo di spettacolo basato sull’idea del prestigiatore che fa dei giochi di magia dei quali, se è abbastanza bravo, il pubblico non capirà qual è il trucco… perché questo è un po’ il sottotesto implicito di qualsiasi prestigiatore. Ecco, questa cosa qui io cominciavo a sentirla un po’ limitante. Io volevo creare uno spettacolo che avesse dei contenuti un pochino più interessanti per le persone. Un po’ come quando si va a vedere un film: ci possono anche essere gli effetti speciali, però quello che cattura davvero è la storia e magari anche il messaggio che un film può lasciare. Allora diciamo che ho trovato poi nel mentalismo la quadra perché riesce a fondere psicologia, illusionismo e comunicazione e, allo stesso tempo mantiene sfuocati i confini di questi tre mondi. È difficile capire, ed è volutamente difficile capire, cosa sia illusionismo o cosa sia una tecnica di comunicazione. Però questo mi consentiva di rimanere un po’ fedele alla mia natura, e cioè quella di una persona che sta sul palcoscenico e ha il piacere di meravigliare il pubblico. Contemporaneamente, però, a livello di contenuti, volevo puntare l’indice verso certi meccanismi della mente, certe illusioni, in una maniera però che fosse dinamica, suggestiva, divertente e che comunque continuasse a stupire. Un po’ come facevo quando facevo il prestigiatore!

Francesco Tesei in The Game
Francesco Tesei in The Game

Leggo nella presentazione dello spettacolo: “ Io sono un Mentalista: non ragiono in termini di vittoria o di sconfitta. Quello che a me interessa è… il controllo”. Cosa vuol dire?

Il mentalismo affronta un po’ il tema del condizionamento mentale, cioè il condizionamento dei pensieri: ci sono tante cose che io descrivo come delle “forze invisibili” e ce ne sono tante che noi incontriamo nella quotidianità, parlo ad esempio della moda, della pubblicità, anche della politica… sono tutti modi di comunicare volti in qualche modo a dominare i nostri pensieri e il modo di influenzare i pensieri di solito è quello di presentare una realtà consona a quello che vuole essere poi l’obiettivo finale. Cioè per condizionare la prospettiva di una persona prima di tutto bisogna dipingerle la situazione in maniera tale che poi le soluzioni che vengono paventate, per esempio dai politici, risultino effettivamente consone alla situazione. Faccio un esempio pratico: se bisogna varare delle leggi restrittive riguardo all’immigrazione è naturale l’idea di descrivere la situazione come una situazione di grande emergenza, di pericolo, sottolineare i casi in cui qualche extracomunitario magari ha  combinato qualcosa che non doveva fare. Tutto questo contribuisce a dipingere un certo tipo di realtà che non è detto che sia la realtà con la R maiuscola. Questo è un po’ il nodo principale anche di quello che io cerco di trasmettere alle persone. Ho portato ad esempio la politica, ma io non parlo di politica nei miei spettacoli, non mi addentro in queste cose. Io le guardo dal punto di vista della comunicazione, dei meccanismi e alla fine quello che mi affascina è il punto di vista prettamente psicologico. Noi abbiamo la sensazione, ed è un meccanismo normale, di vivere le nostre giornate pensando che c’è una realtà e noi la dobbiamo semplicemente guardare con i nostri occhi, percepire con i nostri sensi restandone comunque dei meri osservatori. In verità, quando si comincia a scavare in questi meccanismi, pian piano si inizia a capire che una parte fondamentale di quella realtà che noi viviamo, dico fondamentale perché è quella che ha a che fare con le relazioni personali, ecco questa parte di realtà non è una realtà che noi osserviamo in maniera oggettiva, ma la costruiamo, ne siamo artefici. Il modo in cui la guardiamo determina poi il tipo di realtà che ci circonda alla fine dei conti. Questa è un’idea un po’ complicata da spiegare in poche parole, ma che io cerco di utilizzare in maniera più giocosa nei miei spettacoli.

Il Mentalista coinvolge il suo pubblico
Il Mentalista coinvolge il suo pubblico

Prova a spiegarmelo con un esempio, parliamo di The Game

In The Game si parla di fortuna. Anche la fortuna è una di quelle cose che normalmente noi descriviamo come qualcosa di assolutamente estraneo, come qualcosa di indipendente dalla nostra volontà. Questa è l’idea più comune di fortuna perché quando succede qualcosa e noi ci sappiamo spiegare esattamente i motivi per cui quella cosa è successa a quel punto non la chiameremmo più fortuna, avremmo una spiegazione precisa. Quando invece succedono delle cose che sono inspiegabili, apparentemente senza nessun motivo, ecco che allora tiriamo in ballo la fortuna, o la sfortuna magari. Quando però si cominciano a sviscerare i meccanismi, si scopre che, anche per la cosa che per eccellenza appare essere estranea e indipendente da noi, noi giochiamo una parte che non è per niente passiva. Abbiamo una sorta di responsabilità, un ruolo da giocare. C’è un famoso detto che dice che la fortuna la si può costruire, probabilmente sotto determinati aspetti è così. Quindi, quando ho deciso di affrontare con questo nuovo spettacolo il tema della fortuna, l’ho fatto non tanto per capire come funzioni la fortuna stessa, ma per divertirmi esplorando come funzioniamo noi in quanto esseri umani. Alla fine riconduco tutti i miei lavori alla psicologia, e quindi all’uomo.

Lo spettacolo presenta una serie di esperimenti che faccio con il pubblico che sembrano delle coincidenze e dei colpi di fortuna impossibili eppure il fatto stesso che accadano sistematicamente uno dopo l’altro suggerisce che evidentemente c’è un sistema per controllare tutte queste cose, soltanto che, finché questo sistema rimane invisibile, noi ci appelliamo alla fortuna. Quindi la provocazione si può racchiudere in una domanda: forse anche nella vita reale chiamiamo fortuna, o sfortuna, quelle cose di cui semplicemente non siamo in grado di darci una spiegazione precisa? Però non è detto che non ci siano dei meccanismi in grado di regolarle. E non parlo di cose paranormali o sovrannaturali, ma di un approccio alla vita che si traduce nell’approccio alle relazioni con gli altri. Le persone che si ritengono fortunate spesso riescono ad avere maggiori rapporti e contatti con gli altri; quindi tali individui, è stato studiato da certi psicologi, hanno una sorta di network personale che finisce per agevolare certi incontri, certe coincidenze che si traducono poi in successi, in risultati e magari agli occhi degli altri questi risultati possono sembrare un colpo di fortuna: “Ah che fortuna, ha incontrato proprio quella persona lì e poi guarda cosa è venuto fuori! Certo che quello è proprio fortunato!” Certo, alla fine quella è stata una coincidenza, però magari se non avesse cercato di attivare così tante relazioni non avrebbe fatto quel determinato incontro. Il modo di porsi nella vita può scatenare quelle che noi chiamiamo coincidenze.

Ultima domanda (soprattutto per gli scettici!): perché vedere The Game?

Sottolineo nuovamente che sono lontanissimo dal mondo del paranormale, non ho assolutamente nessun potere. Uno dei sottotesti dei miei spettacoli dice: “Guarda che io non sono più speciale di te, giochiamo insieme”. Infatti il pubblico diventa sempre mio co-protagonista nello spettacolo e, soprattutto in The Game, sono le persone del pubblico a riuscire a fare delle cose notevoli, quasi come se questa volta avessi deciso di fare addirittura un passo indietro e rendere lo spettatore ancora più protagonista. Ovviamente tutto questo avviene con una strizzatina d’occhio perché è chiaro che alla fine c’è un burattinaio che muove i fili e fa da guida in tutto quello che succede. Io credo che quello che gli scettici forse non mettono a fuoco è cosa sia il mentalismo. Il mentalismo non è una scienza, il mentalismo è una forma d’arte. Ogni forma d’arte è rappresentazione e quindi in un certo senso finzione. In una natura morta troviamo una mela dipinta, ma quella mela non è una vera mela è una sua rappresentazione. Ciononostante noi ci possiamo mettere davanti al quadro e possiamo scoprire che il pittore, attraverso la sua arte e la sua finzione, riesce a farci arrivare un messaggio. La stessa cosa si può dire del cinema. Il cinema è finzione, ma i messaggi che arrivano da certi film possono in qualche modo essere messi in prospettiva con la propria vita e possono dare qualche spunto di riflessione. Questo è secondo me il ruolo di qualsiasi artista. Gli scettici non comprendono che alla fine dei conti i miei strumenti sono quelli dell’illusionista; il che non vuol dire che io mi metta d’accordo con le persone… non ce n’è bisogno. Quando uno impara il mentalismo in maniera professionale è in grado di far accadere delle cose anche attraverso gli inganni dell’ illusionismo utilizzati però in maniera un pochino più sofisticata, non soltanto con l’obiettivo di strappare un applauso, ma con l’idea che, tra un gioco, una meraviglia e una risata debbano emergere degli spunti suggestivi che possono essere utili. Il mio spettacolo può essere visto con diverse chiavi di lettura: uno può venire, divertirsi e semplicemente chiedersi “ma come fa!” “è incredibile!” oppure può interrogarsi e dirsi “non ho capito come fa, è incredibile però ciò che ho visto può darmi qualche coordinata per muovermi nella mia quotidianità”.

I commenti più frequenti…

–          “Non pensavo che fosse così divertente, che avrei riso così tanto”

–          “Non pensavo che passasse così veloce!”

Lo spettacolo è corposo, però, un po’ perché ha ritmo e un po’ perché il pubblico è così coinvolto, il tempo vola!

http://www.teatromanzonimonza.it/news/the-game/

 

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