Intervista a Gianfranco Berardi, attore e autore di “Io provo a volare”

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di Daniela Zanuso

Gli spettacoli sono sfere di cristallo, a seconda del punto di rifrazione della luce e del punto di osservazione di chi guarda, cambia il paesaggio che ci trovi dentro.

Abbiamo intervistato Gianfranco Berardi, autore e attore dello spettacolo “Io provo a volare”. Turbamento, emozione, stupore sono i sentimenti che suscita ascoltarlo e si rimane un po’ spiazzati ma anche affascinati da tanta onestà, bellezza, sensibilità.

Come e quando ti sei avvicinato al teatro?

Sono sempre stato un talento da oratorio e quando ero piccolo ho fatto il teatro per gioco, perché era il modo migliore per esprimermi, per farmi notare in classe, in parrocchia, in comitiva, ma non avevo mai pensato di farlo sul serio. Poi è successo, dopo che ho perso la vista a diciotto anni e mezzo, che si organizzò nel paese in cui abitavo, un laboratorio teatrale per il recupero di ex tossicodipendenti ed io mi iscrissi insieme ad uno che ora non c’è più, ma che era considerato lo scemo del villaggio. Eravamo gli unici due partecipanti: un cieco e un matto. Comunque era una compagnia che faceva teatro sperimentale, teatro danza, in stile Pina Bausch, ed era un teatro che mi piaceva perché lavorava molto sullo shock, sul colpo di scena, sul coinvolgimento fisico, sul linguaggio del corpo come punto di partenza per la creazione artistica teatrale. Ho cominciato da lì a frequentare laboratori di danza, a lavorare sul corpo e sulla voce, spettacoli sperimentali a volte confusi. Poi mi innamorai di un’attrice di questo gruppo e per seguire lei cominciai a seguire i laboratori. Insomma, teatro per amore o forse l’amore grazie al teatro. Poi nel ’99 fui scelto dall’attore Marco Manchisi per una parte.

Chi sono i tuoi modelli a livello drammaturgico e teatrale?

Ci fu l’occasione con lo spettacolo “Come una rivista” di Leo De Bernadinis che mi colpì più di tutti per la sua capacità di costruire una drammaturgia fatta di una contaminazione di testi e di stili, dove univa il linguaggio popolare con la tradizione di Shakespeare e le canzoni di Leone di Lernia con i pensieri di Kierkegaard. Lui univa il colto al popolare, l’alto al basso come linguaggio aulico, era straordinario, aveva carisma e una voce meravigliosa. L’anno dopo a Pescara incontrai César Brie, che poi è diventato il regista di “In fondo agli occhi”: ecco, lui è un maestro, un maestro con la emme maestosa, anzi “maestrosa”. Questi sono i nostri modelli, ci tengo a parlare al plurale perché noi nella compagnia costruiamo insieme, ci confrontiamo e cerchiamo sempre di somigliare a noi stessi il più possibile, tanto che i nostri spettacoli sono tutti completamente diversi l’uno dall’altro. Gli spettacoli sono sfere di cristallo, a seconda del punto di rifrazione della luce e del punto di osservazione di chi guarda, cambia il paesaggio che ci trovi dentro.

Cosa rappresenta per te il palcoscenico e come riesci ad avere quella familiarità con la scena?

La familiarità viene dalla pratica e dal lavoro costante. Il nostro sforzo è di cercare di arrivare al cuore delle persone e per questo non possiamo che essere onesti, quotidiani, costanti perché le persone o si riconoscono in noi oppure niente. Il palcoscenico è un luogo di potere, un altare, un pulpito che andrebbe usato per praticare non per predicare, e io mi sento potente ed è per questo che io vedo quello che non c’è e che può diventare qualcosa, vedo il potenziale. La scena non mente, mostra la natura vera delle persone perché viene fuori l’essenza umana.  Il potere si esprime in maniera pura, ma  non è un potere inteso come possesso ma come possibilità: la possibilità di cercare e di scoprire volti diversi che non pensavamo di avere,  di avere delle debolezze che diventano punti di forza, come nel mio caso della cecità, la possibilità di scoprire come è semplice, spiazzante, effimera,  bellissima ma inquietante perché misteriosa la vita.

Avete dedicato uno spettacolo alla cecità (‘In fondo agli occhi’) e il tema ritorna a tratti anche in ‘Io provo a volare’. Cosa cambia tra l’essere non vedente nella vita quotidiana e l’esserlo sul palco?

In fondo agli occhi  è contro l’ipocrisia,  e la cecità è la condizione di un Paese che fa finta di non vedere e va avanti come se niente fosse.  E’ la metafora del popolo che siamo. Il nostro è un paese svilito, svenduto, defraudato, alla deriva anche per nostra responsabilità, perché un paese è fatto di persone che lo abitano e che ci mettono la loro energia, la loro emozione.  Noi siamo veramente ciechi, quindi possiamo passare al  lato di un burrone saltellando e cantando e poi spaventarci per uno scalino che dobbiamo affrontare. In Io provo a volare  (che è antecedente) c’è lo stesso pensiero espresso con le parole: “Vedere o non vedere, questo è il problema, guardare dritto in faccia la realtà che mi circonda e mi spaventa e affrontarla senza timore ….o tenere tutto nascosto dietro a un velo che mi copre gli occhi e mi impedisce di soffrire, non vedere per paura di morire”. Noi siamo il teatro che rappresentiamo, mettiamo in scena noi stessi così come siamo, ci mettiamo a nudo. In Io provo a volare  la storia racconta di un suicidio,  un fallimento ma alla fine  ne viene fuori un’energia straordinaria,  un inno alla gioia, al coraggio. E’ uno spettacolo che dà una grande carica, una positività, anche se parla di una realtà pessima, di un vigliacco, orgoglioso, ipocrita che preferisce  mentire piuttosto che affrontare la realtà a viso aperto, mostrare il volto. Non c’è nessuna differenza tra il dentro e il  fuori la scena per noi, se non la convenzione, la tecnica, il linguaggio con cui vogliamo dire, il modo in cui vogliamo rendere  il rapporto con il pubblico più efficace.

Io provo a volare parla dei sogni dei giovani aspiranti artisti: che cosa sognavi quando hai iniziato a fare l’attore? E qual è oggi il tuo sogno più grande?

Sognavo di fare l’attore, attore e autore così come lo faccio oggi con Gabriella Casolari e con la compagnia Casolari Berardi. il parametro di base è l’onestà, l’onestà di dichiararsi, di mettersi a nudo che ammette l’errore come base della ricerca, per poter crescere e misurarsi con i propri limiti.   Sognavo di potermi esprimere in maniera creativa, appieno, per quello che sono. Preferisco pensare di diventare un attore capace, piuttosto che un attore famoso, perché la ricchezza  interiore non ha prezzo. I soldi fanno piacere, ma la felicità è un’altra cosa, te la devi costruire, è un impero interiore da cui puoi attingere ed è un impero frequentato dalla serenità, dalla tranquillità, dall’umiltà e dal coraggio che è un muscolo che va allenato, il coraggio di mettersi in gioco, di cambiare. Il lavoro che andrebbe fatto sempre è che la nostra acerbità, anche l’immaturità, la diversità che è il valore aggiunto della vita, si possa esprimere sempre con autenticità, forza, bellezza e con l’umiltà di sapere che puoi prendere delle sberle. Io questo sogno l’ho realizzato, anche se adesso il mio sogno sarebbe per Natale poter andare ai Caraibi, alle Maldive, potermi stendere al sole!

Che sensazione si prova a volare alto come fai tu?

Freddo, fa molto freddo a volte, ma nella realtà io volo basso, normale, è uno sbattere d’ali  frenetico che fa più rumore che altro. In fondo sono un pollo che starnazza, più che volare, svolazzo. La sensazione è di vertigine, di vuoto, ma tanto io sono cieco quindi non soffro, non vedo più il pericolo… Comunque è una grande fatica, anche se io ho la fortuna di lavorare con Gabriella che è una persona tra le più lucide che io conosca e che abbia mai incontrato. Lei ha una capacità ed una potenza di riflessione rapida, lucidissima. Per avere questa libertà, indipendenza, passionalità si paga però lo scotto di essere soli, antipatici, a volte detestati anche dai proprio colleghi. Questa è un’epoca storica in cui c’è la corsa all’osso, in cui non c’è spazio per la solidarietà dove c’è una grande assente che è  la pietà. Tutti parliamo per demolire, non per proporre e alla fine quello che si prova è una grande stanchezza. Invece di unire le forze, di stringerci, ci disperdiamo, distruggiamo invece di costruire.

E comunque  -conclude Gianfranco Berardi- ciechi si nasce e si diventa pure, ve lo dico io, ma ciechi non si muore se non si vuole.

 

La Compagnia Casolari-Berardi sarà a Modena dal 1° al 13 dicembre al Teatro delle Passioni

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