“Io sto con la sposa”: in abito bianco attraverso le frontiere d’Europa

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“Chi fermerebbe mai il corteo che accompagna una sposa?”. Se lo sono chiesti un giorno Antonio Augugliaro, regista, Gabriele Del Grande, giornalista, e Khaled Soliman Al Nassiry, poeta siriano-palestinese residente da tempo in Italia. La risposta? Nessuno lo farebbe, neanche i poliziotti e i doganieri dislocati lungo le frontiere d’Europa. E fu così che nacque “Io sto con la sposa“,

il documentario che racconta la storia – incredibile, fiabesca ma soprattutto  vera – di cinque profughi siriani e palestinesi che, dopo essere sbarcati a Lampedusa, intraprendono un viaggio da Milano alla Svezia cercando di eludere i controlli, al seguito di un finto corteo nuziale. Tentando di raggiungere una nuova ‘Terra Promessa’ senza affidarsi ad esosi contrabbandieri. Potendo contare invece sul supporto di una rete di amici pronti a disobbedire – gratis – alle severe leggi sull’immigrazione, a proprio rischio e pericolo. Un film che racconta un viaggio, quello  realmente avvenuto tra il 14 e 18 novembre 2013, ma che racconta anche, e prima di ogni altra cosa, un progetto. Anzi un’azione,  ‘politica’ e, se vogliamo, militante. Sicuramente irregolare e rivoluzionaria, forse persino sovversiva.

Sì, perché i registi e tutti i partecipanti al corteo nuziale, qualora venissero denunciati, tecnicamente rischierebbero fino a 15 anni di carcere per aver aiutato dei profughi ad attraversare le frontiere d’Europa in direzione della Svezia, unico Paese davvero disposto ad accogliere i rifugiati. Lo hanno fatto – e lo hanno documentato – contravvenendo alle leggi che regolano la circolazione degli extracomunitari senza cittadinanza in Europa.

io_sto_con_la_sposa_IMG_4209Un progetto politico, dunque. Ma anche un progetto artistico, cui hanno partecipato oltre 2.600 persone, aderendo alla campagna di crowdfunding lanciata online sulla piattaforma Indiegogo, che dal 19 maggio al 17 luglio 2014 ha permesso di raccogliere più di 100mila euro, coinvolgendo ben 38 Paesi nel mondo. Le donazioni hanno così potuto coprire le spese di produzione e post produzione del film, che è stato presentato a Venezia 2014 fuori concorso nella sezione Orizzonti. L’hashtag #iostoconlasposa è diventato un caso sulla rete prima ancora di arrivare in laguna: 13mila iscritti sulla pagina facebook, 30mila visualizzazioni del trailer e più di cento servizi sul film realizzati da giornali, radio, Tv e siti Internet in ben 10 lingue. Eppure non li hanno ancora arrestati, verrebbe da dire, sorridendo.

Per fortuna. Perché l’idea che mette in moto il tutto è originale e irresistibile e il film, documentando un’avventura reale, vissuta da eroi moderni con un passato doloroso alle spalle, non può che conquistare gli spettatori.  I protagonisti, vestiti e pettinati di tutto punto come per un vero matrimonio, vengono seguiti dalla telecamera nei vari passaggi di frontiera. E restiamo tutti col fiato sospeso vedendoli attraversare  a piedi le montagne per passare in Francia o superare in una sola notte di autostrada il doppio confine tra Francia e Lussemburgo e tra Lussemburgo e Germania.

E allora ci rendiamo conto di quante frontiere ci siano ancora in Europa per chi non è cittadino comunitario. E di quante frontiere ci siano ancora nel mondo intero, dove invece, come dice a un certo punto Tasneem, la sposa, tutti dovrebbero avere la possibilità di vivere dove vogliono. Perché il cielo, sopra di noi, è lo stesso per tutti e tale dovrebbe essere anche la Terra.

Oltrepassato un confine, sia esso un filo spinato o un posto di blocco, i nostri eroi trovano sempre una casa pronta ad accoglierli, amici pronti ad ospitarli. Piccoli rifugi in cui sfogarsi raccontando in rima la propria storia, come fa il piccolo Manar che, nonostante l’età, di cose da raccontare ne ha parecchie e sogna di diventare un rapper. Ma anche in cui festeggiare il pericolo scampato in un’atmosfera euforica,  goliardica e vitale, alla faccia delle leggi sulle impronte digitali, sul diritto di asilo e il permesso di soggiorno. Anche se, durante gli interminabili viaggi in macchina tra una frontiera e l’altra, il pensiero non può che tornare a quello che ognuno ha lasciato dietro di sé. E allora fitti dialoghi in arabo fanno rivivere i campi profughi, l’esilio forzato dalla propria terra, il barcone diretto a Lampedusa, la morte dei compagni di viaggio.

io_sto_con_la_sposaIMG_1201Guerra in Siria, questione palestinese, migranti e clandestini. Tutte vicende di cui ormai sentiamo parlare ogni giorno ai telegiornali, come se facessero davvero parte della nostra quotidianità, o perlomeno di quella del mondo in cui viviamo. Senonché troppo spesso ci dimentichiamo che a trovarsi immersi in eventi di così grandi proporzioni sono persone singole, ‘proprio come noi’, per usare un’espressione tanto abusata quanto difficile da capire sul serio. E’ proprio questo che il film vuole ricordarci, con una semplicità quasi disarmante. Chiunque di noi avrebbe potuto essere su quella macchina che attraversa l’Europa nel buio, con a bordo una sposa in abito bianco, sperando di non incappare in un posto di blocco. Perché – ci dicono gli autori del film – l’unica colpa di profughi e clandestini in quanto tali, non è altro che l’essere nati in un determinato luogo geografico in un’epoca particolare. E non essere autorizzati a spostarsi, in un mondo che invece dovrebbe appartenere a tutti. Non potersi muovere liberamente, insomma.

Se non con un pizzico di fantasia …

Francesca Radaelli

Regia di Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry. Con Tasneem Fared, Abdallah Sallam, MC Manar Manar, Alaa Bjermi, Ahmed Abed.

Genere Docu-fiction. Produzione Italia, Palestina, 2014. Durata 89 minuti circa. Da giovedì 9 ottobre 2014 al cinema.

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