Italo Svevo e la scrittura, tra salute e malattia

SvevoQuando il nome dice tutto o quasi. Nello pseudonimo Italo Svevo c’è davvero molto di Aron Hector Schmidt, lo scrittore triestino che si spegneva settantasette anni fa, il 13 settembre 1928. Nasce nel 1861 a Trieste, quando la città si trovava ancora sotto l’impero austro-ungarico, da padre tedesco e madre italiana, e sceglie di firmare i primi romanzi con un appellativo che sottolinea proprio la sua identità mista, metà italiana e metà ‘sveva’, ossia tedesca. Vale a dire condizionata dalla filosofia mitteleuropea, Schopenhauer, Nietzsche e il contemporaneo Freud. La sua vita si svolge tra Italia e Austria, ma anche a cavallo tra due altri ‘mondi’, ben più distanti tra loro: quello di per sé evanescente della letteratura e quello della borghesia solida, ricca e operosa.

freud

Sigmund Freud

Dopo aver scritto i primi racconti mentre è impiegato presso una banca di Trieste, Svevo sposa la cugina Livia Veneziani ed entra a far parte dell’industria del suocero, una fabbrica di vernici per navi.

“Io a quest’ora e definitivamente ho eliminato dalla mia vita quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura”, annuncia nel 1899. All’epoca ha già pubblicato due romanzi, ‘Una vita’ e ‘Senilità’, e continua in realtà  a progettare in segreto racconti e drammi.

Un rapporto, quello con la scrittura, che rimane sempre piuttosto ambiguo. Svevo non si presenta mai come un letterato professionista, piuttosto come un ‘dilettante’, prestato alla letteratura, lontanissimo per esempio dalla retorica del suo contemporaneo D’Annunzio, ‘vate’ di professione.

In fondo, però, quel borghese che parla perfettamente italiano e tedesco dalla scrittura non può rimanere lontano troppo tempo. Recatosi in Inghilterra per lavoro, ha come insegnante di inglese James Joyce in persona, che diventerà suo amico e lettore. Viene poi in contatto con la psicanalisi, tramite il suocero che a Vienna tenta di farsi curare da Sigmund Freud in persona. E così nel 1919 Svevo riprende ufficialmente la penna in mano e inizia a scrivere quello che sarà il suo capolavoro.

James Joyce

James Joyce

‘La Coscienza di Zeno’, ossia il diario di un nevrotico in cura psicoanalitica, la storia di una malattia raccontata in prima persona dal malato, Zeno Cosini. Dal suo rapporto con il fumo, vizio da cui non riesce a liberarsi malgrado una collezione quasi proverbiale di ‘ultime sigarette’, al racconto (per certi versi esilarante) della proposta di matrimonio alle figlie del commerciante Giovanni Malfenti, designato inconsciamente da Zeno come un freudiano ‘sostituto del padre’. Tutte e tre le ragazze hanno un nome che inizia per A, Zeno vorrebbe sposare Ada, la più bella, ma viene rifiutato tanto da questa quanto dalla sorella Alberta e finisce per ripiegare su Augusta, che bella non è ma è l’unica a dirgli di sì.

Alla fine, però, una catastrofe come lo scoppio del primo conflitto mondiale si rivela un vero colpo di fortuna per Zeno. Il fumatore nevrotico si trasforma in uno speculatore di guerra e si convince di essere finalmente guarito: lui che si è sempre considerato un ‘inetto’ ha finalmente trovato il modo per arricchirsi, è diventato un vincente agli occhi di tutti, perfettamente integrato nei meccanismi della vita borghese. Meccanismi che portano “l’occhialuto uomo” a farsi inventore e commerciante di “ordigni”: “Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole”, scrive il narratore Zeno nel finale del libro.

In questo consiste la salute?, sembra chiedere implicitamente al lettore Italo Svevo, uno che il mondo dei solidi e ‘sani’ affari lo conosceva bene. E che pure non è riuscito a rinunciare alla malattia “ridicola e dannosa” della letteratura. Anche la scrittura è una nevrosi da cui bisogna liberarsi? Anche la letteratura è come quelle sigarette a cui non si riesce proprio a rinunciare? Forse sì. Ma proprio questa nevrosi rappresenta anche un prezioso spazio per l’interiorità in una civiltà dominata dalle apparenze e dall’alienazione, in cui gli istinti più profondi dell’uomo vengono messi a tacere. Forse è proprio la nevrosi l’unico vero spiraglio di vita reale all’interno di un meccanismo così perfetto e di un mondo così in salute.

Francesca Radaelli

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