Jekyll e Hyde, ovvero io e la bestia

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di Elena Borravicchio

Un uomo e una donna. Due lunghi cappotti, due cappelli. Sfondo buio. Inizia così lo scambio paradigmatico tra protagonista maschile (Corrado Accordino) e protagonista femminile (Alessia Vicardi) di “Jekyll e Hyde, ovvero io e la bestia”. Con la drammaturgia e la regia dello stesso Accordino, lo spettacolo è andato in scena mercoledì 27 novembre, al Teatro Binario 7 di Monza.

I due si rivolgono un fitto scambio di domande sul senso della vita e dell’“io”. E coinvolgono anche il pubblico, in un gustoso gioco di metateatro: “non dovevamo partire cosi, non funziona, te l’avevo detto…”. Poi la scena cambia e ci addentriamo nel cuore della storia. Il dottor Jekyll e la sua domestica si trovano in casa: lei alla scrivania cerca le parole giuste per esprimere i giochi della mente di lui. Ancora metateatro: così funziona? Come posso esprimerlo meglio?

Assistiamo in seguito al racconto della brutale aggressione di una bambina e vediamo Jekyll trasformarsi in Hyde. La narrazione è volutamente ambigua, non giunge mai ad una definizione precisa di fatti e moventi, la lascia intendere. E tiene il pubblico in sospeso. Il viaggio interiore è comune: non riguarda il dottore soltanto, bensì tutti gli esseri umani. Che a volte agiscono allo scoperto, altre covano passioni oscure.

Cambia scena ancora e con un pizzico di ironia ora i due si trovano in uno studio psicoterapeutico dove il paziente è Accordino, nei panni di dottor Jekyll (oppure il paziente è ognuno di noi?) e la psicologa è Vicardi. Parole come “normale”, “malattia”, “disturbo” sono bandite e sostituite con “banana”, “verza”, “zucchina”. L’effetto è comico ma fa riflettere… Cos’è tabù? Cos’è morale e cosa immorale? Che cosa è giusto o sbagliato? Come può chiamarsi “io” ciò che invece è molteplice? Chi sei “tu” che devi aiutare me, con le tue categorie, quando il mio “io” sfugge alle categorizzazioni?

Jekyll/Hyde lascia una lettera, che la psicoterapeuta trova e legge ad voce alta a conclusione della pièce. E’ una lettera intrisa di lucide riflessioni, umanità, senso del perdono. Che sia dal mostro che emerge il meglio di noi? “Bisogna avere un caos in sé per poter generare una stella danzante” diceva qualcuno…