“L’ultimo lupo” di Annaud, filosofia e avventura per un film che non incide

di Mattia Gelosa

Dal romanzo di Lu Jiamin “Il totem del lupo”, che non si smette di ricordare essere il libro più letto in Cina dopo il “Libro rosso” di Mao, arriva sugli schermi la storia di Chen Zen, studente che, in piena rivoluzione culturale, viene mandato nelle terre della Mongolia per educare i nomadi.

Naturalmente, il progetto viene subito abbandonato e sarà lui a imparare lezioni di vita sul rapporto uomo-natura e sulla forza dei lupi, divenendo presto alunno anziché maestro. Inoltre, il governo affida ai nomadi la cura dei cavalli dell’esercito e, per preservarne l’incolumità, fa uccidere i cuccioli di lupo, scatenando le ire dei Mongoli, che vedono alterati gli equilibri della natura. Inizia così la lotta dei locali contro lo Stato e anche quella di Zen, che decide di ribellarsi allevando in segreto un cucciolo.lupo3

Dopo un avvio a ritmi bassi e con immagini che rimandano quasi a un documentario (genere caro alla Francia), il film si accende quando i lupi diventano protagonisti di magnifiche scene di caccia, di uno incontro con Zen ricco di suspance e con un montaggio alternato sugli sguardi delle due parti, quasi si fosse nei grandiosi stalli di Leone.

Sarà a metà pellicola, però, che la regia, suo punto di forza, si esprime al massimo in una scena notturna con tanto di tempesta e attacco dei lupi alle mandrie.lupo1

A non decollare è invece la sceneggiatura: tutto prevedibile, accennato, a tratti anche caotico e scollegato. Tiene viva l’attenzione solo la presenza del cucciolo, da subito facilmente destinato a suscitare tenerezza e simpatia, specie dopo l’orribile fine degli altri suoi simili.

A questo punto, la domanda che ci poniamo allo scorrere dei titoli di coda è quale sia l’obiettivo del film: fa riflettere meno di quanto prometta e intrattiene allo stesso modo.

Forse Jean-Jacques Annaud voleva mediare tra opera d’autore e blockbuster e questo è il grande limite del progetto: fallisce come opera morale, perdendosi in frasi ad effetto un po’  vuote, e risulta pesante come film avventuroso, proprio per via dei tempi morti creati da queste presuntuose incursioni filosofeggianti.

 

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