La destituzione del duce

Votazione_Grandidi Laurenzo Ticca

Il  25 luglio di  del 1943  il Gran Consiglio del fascismo destituiva Benito Mussolini  dalla carica di capo del Governo,  Primo ministro e Segretario di Stato del Regno d’Italia. Con l’approvazione dell’ordine del giorno il Duce veniva sfiduciato, rimosso.  Il regime era al crepuscolo. Erano passati tre anni dall’entrata  in guerra dell’Italia al fianco di Hitler.  Un ‘iniziativa sciagurata, fallimentare  destinata a provocare oltre 400.000 morti tra militari e civili italiani.

L’eroismo dei molti (da El Alamein, a Cefalonia al fronte russo ) non servì a coprire la vergogna di una scelta sbagliata accanto a un alleato  sbagliato.

Il fascismo  agonizzante si preparava a imboccare in una sorta di  “cupio dissolvi”  l’orrore  di Salò. I rastrellamenti nazifascisti, l’uccisione di uomini, donne, bambini,  la distruzione di borghi e villaggi.  Resta incancellabile il dolore per le decine e decine di stragi. Da Marzabotto a Sant’Anna di Stazzema a Fossoli.

La dissoluzione di un regime, la violenza dei repubblichini  chiude un ciclo storico iniziato  nell’ottobre del ‘22 con il primo ministero Mussolini. Cosa fu il fascismo: disprezzo dei valori liberali, odio per le organizzazioni di classe, follia razziale?   Una parentesi, nella storia d’Italia o l’autobiografia di una nazione come scrisse Gobetti? O piuttosto “conformismo, servilismo con la smania di violenza spicciola  e di potenza fittizia“? Come disse Norberto Bobbio.

Un regime che tuttavia, come ha notato Renzo de Felice,  poté contare su un vasto consenso di massa.

Una tesi che con altre (  la natura minoritaria dei resistenti, l’attendismo dei più, la poca influenza della  lotta di Liberazione sulla transizione alla Repubblica ) portò De Felice a polemizzare con le componenti della storiografia italiana di orientamento progressista.

Questioni  aperte che nulla tolgono al valore di quanti ( pochi o tanti ) imbracciando le armi, restituendo  la dignità e l’onore ad un paese che li aveva perduti  schierandosi con i nazisti, approvando le leggi razziali ( furono 6800 gli ebrei italiani avviati ai campi di concentramento;  5800 non tornarono) aderendo al progetto hitleriano.

Se il nazismo avesse vinto  avremmo assistito alla nazificazione  dell’Europa.

Resta l’eredità di quel periodo, i silenzi e le complicità che avrebbero inquinato a lungo  la vita repubblicana  fino agli anni della cosiddetta “strategia della tensione”. Se un giorno in una libreria vi capitasse tra le mani “L’armadio della vergogna“  un bel libro di un bravo giornalista scomparso, Franco Giustolisi,  compratelo.

Racconta di un armadio, trovato negli anni ’90, negli uffici della Procura generale militare.  Aveva le ante rivolte al muro verso il quale era stato sospinto. Una scritta anonima   recitava   “archiviazione provvisoria“ . Lì c’era tutto, o quasi, su molte stragi.  Nome, grado, reparto di appartenenza dei carnefici.  Si sarebbe potuta istruire, già nel dopoguerra, una Norimberga italiana come ha scritto qualcuno.  Niente. Verità insabbiate. Memorie oltraggiate.  Sete di giustizia soffocata. Giustolisi racconta di come quell’armadio fu trovato e del perché fu occultato.  Leggetelo. Per non dimenticare.

 

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