La Ricerca negli USA e in Italia

biotech-medicinaIl Presidente degli Stati Uniti Barack Obama in una bellissima intervista rilasciata alla rivista “Popular Science” ha affrontato svariati argomenti relativi al futuro della big Science, delle biotecnologie, delle missioni spaziali e delle politiche climatiche e della medicina. Lo ha fatto con l’orgoglio di essere ancora il presidente di una nazione leader nella scienza e nella ricerca e con l’auspicio che le future prossime conquiste industriali o in ambito medico, avvengano proprio negli Stati Uniti. A proposito di medicina ha parlato dell’importanza della ricerca clinica come motore di una medicina “personalizzata” sul paziente. Un traguardo che sarà possibile raggiungere nel giro di venti anni.

Quando si parla di medicina personalizzata, dobbiamo dire che i progressi tecnologici, la ricerca clinica e la raccolta dei dati già permettono il trattamento di malattie un tempo ritenute incurabili. È possibile che tra uno o due decenni i trattamenti non saranno più indirizzati solo alla malattia, ma personalizzati al profilo genomico del singolo paziente. In alcuni miei articoli precedenti ho parlato di farmacogenomica e nutrigenomica riferendomi proprio a questi sviluppi di ricerca. Un altro progetto di rilievo è quello del “BRAIN Initiative” il cui acronimo significa Brain Research through Advancing Innovative Neurotechnologies® che è un altro progetto targato USA nato dalla collaborazione tra ricerca pubblica e privata.

Possiamo studiare la fisica di frontiera delle particelle, ma non abbiamo ancora risolto il mistero di ciò che si trova all’interno della nostra scatola cranica. Questo progetto, come ho avuto modo di specificare in articoli precedenti su Dialogo a cui si rimanda, parlando di connettoma, ha l’obiettivo di tracciare un nuovo quadro dinamico del cervello, di come cellule e complessi circuiti neurali interagiscono tra loro nel tempo e nello spazio. L’Europa ha risposto con lo Human brain project e le sfide sono esaltanti per gli sforzi che si dovranno affrontare, paragonabili a quelli serviti per il progetto di mappatura del genoma umano e per il viaggio sulla luna.

roberta dalessandro
Roberta D’Alessadro la ricercatrice italiana che l’Italia non vuole

La ricerca Europea non è mai stata a guardare quella americana, ma il caso italiano suggerisce una forte dose di pessimismo per il futuro competitivo del nostro paese. La Ricerca in Italia ha sempre sofferto di finanziamenti non adeguati e della percezione diffusa che investire in questo settore essenziale sia solo un costo e non un investimento per il futuro, un valore immenso. Quello che conta sono i fatti e non le parole o le promesse e la recente polemica tra il ministro della ricerca Giannini e la ricercatrice Roberta D’Alessandro che ha portato all’Olanda, paese che la ospita, un finanziamento di due milioni di euro erogato dall’Erc  ne è la prova.

Non avendo mai nascosto il suo desiderio di tornare in Italia, ha partecipato in modo infruttuoso a diversi concorsi nell’università italiana, e tutto ciò fa riflettere su diversi aspetti. Primo tra tutti il fatto che anche il sistema educativo e universitario in Italia è di elevato livello come dimostrato dal numero di vincitori di nazionalità italiana (30), compresa la D’Alessandro, che è in linea con quelli di Francia (30) e Regno Unito (32). Un altro aspetto è che in Italia è frequente che un ricercatore vada all’estero, ma il problema è che l’Italia non attira ricercatori stranieri; terzo aspetto: la mancanza di finanziamenti in Italia è la causa della scarsa competitività.

Il paradosso italiano è che il nostro paese finanzia con circa 90 milioni di euro (in tre anni) la ricerca delle proprie università, mentre ne “regala” circa 300 milioni ogni anno agli altri Stati europei. L’università italiana ha assistito dal 2008 a tagli alla ricerca che oggi determinano il paradosso per cui il Paese contribuisce con 900 milioni l’anno al fondo europeo per la ricerca, ma solo 600 tornano ai ricercatori italiani sotto forma di finanziamenti, con una perdita netta di 300 milioni l’anno per la ricerca nazionale.

Secondo un’indagine del Sole 24 ore, nel 2013 l’Italia ha investito l’1,26% del Pil in Ricerca&Sviluppo, ben al di sotto della media UE (2%) e degli obiettivi di spesa fissati dall’Europa per il 2020 (3%), con il risultato che sebbene la ricerca italiana è settima al mondo per impatto su scala mondiale, sopra a Paesi che hanno investito in proporzione anche più del doppio come Danimarca (3,06%, 14esima) e Svezia (3,30%, 11esima), il numero dei  ricercatori italiani è di circa 150 mila, contro i 430 mila britannici, i 520 mila tedeschi e una media europea di 250 mila. Credo che se in Italia ci fossero per i ricercatori adeguate condizioni e offerte di lavoro proporzionate alle loro capacità sarebbero ben contenti di tornare con il loro “expertise” ed il loro know how nel nostro paese.

Roberto Dominici

 

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