La serialità ? E’ nata ad Atene e a Roma

Serial-Classic-4Di rado una mostra gestita, voluta e finanziata da privati è scientifica, seria, con straordinari prestiti, una mostra che offre spunti di conoscenza e  di riflessione. Accade a Milano.

“Serial Classic. Moltiplicare l’arte tra Grecia e Roma” curata da Salvatore Settis per la Fondazione Prada (largo Isarco, 2) ha questa caratteristiche, merito del Curatore e di chi gli ha affidato l’incarico.

Settis è uno dei nostri migliori studiosi di archeologia, ha diretto la Scuola Normale Superiore di Pisa, il Getty Center for the History of Art and The Humanities di Los Angeles, è stato componente di prestigiosi istituti di cultura, all’estero come in Italia, per esempio l’Accademia dei Lincei.

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Apollo di Kassel – Fondazione Prada, Milano 2015

“La mostra – spiega Salvatore Settis – si  apre con un’assenza”. Mancano i frammenti di statue bronzee  di età classica di Olimpia,  sono andate perdute tremila statue di bronzo. “Un vuoto, una perdita, un lutto” dice il curatore. Parte da questa osservazione per raccontare  l’essenza della tutela, ma anche per spiegare quello che è accaduto alla statuaria greca e romana nel corso dei secoli: bronzo e marmi riciclati per nuove costruzioni, forse anche armi, per lo più per palazzi e chiese già a partire dal Medioevo. Una premessa per comprendere quanto poco sia rimasto oggi della produzione artistica dell’Antichità. Ne sopravvive solo il due per cento, un centinaio di pezzi!

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Doriforo

Fortunatamente l’arte greca era molto amata dai patrizi romani. Grazie a loro sono state fatte  una quantità notevole di COPIE, per lo più mantenendo vivo lo spirito e le intenzioni dei grandi maestri greci come Fidia, Mirone, Policleto.

Copie che oggi consentono di sconfiggere, soprattutto agli occhi di noi, uomini e donne del XXI secolo,  un pregiudizio radicato : l’unicità dell’opera come prodotto utilitaristico e non come naturale espressione del bello. Anzi. E proprio la ripetitività  ha consentito che quelle opere “incarnassero i valori collettivi” nel corso del tempo.  Un concetto che ci appare più chiaro se pensiamo all’originalità e all’intrinseca bellezza della statuaria greca, ammirata oggi come negli ultimi  venticinque  secoli.

La conferma arriva dalla copia del Discobolo, il lanciatore del disco. Mirone  creò la statua in bronzo nel 460-450 a.C.- L’originale è andato perduto, ma a partire dal II secolo d.C., nell’età di Adriano, i romani lo riproposero per decorare ville e giardini. In mostra, tra gli altri, c’è appunto il Discobolo recuperato a Villa Adriana a Tivoli nel 1721 e ora conservato nei Musei Vaticani.

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Venere accovacciata – Fondazione Prada, Milano 2015

Della Venere accovacciata sono  sopravvissute quaranta copie dell’originale scolpita dallo scultore Doidalsas  probabilmente nel 260 a.C. Una figura di grande sensualità, colta in un momento di intimità mentre si copre pudicamente.

Prassitele, vissuto nel  quarto secolo a.C,  avrebbe  scolpito almeno tre copie del Satiro a riposo.  In mostra le  quattro  copie romane recuperate a Castel Gandolfo nel 1657. Da Medma ( Rosarno, in Calabria), dalla Magna Grecia arrivano le copie  in terracotta di busti femminili, oggetti di culto  trovati nel 1912  nel Santuario di Calderazzo che era dedicato a diverse divinità: Atena, Hermes, ma soprattutto Persefone.

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Ricostruzione sperimentale di Bronzo di Riace – Fondazione Prada, Milano 2015

Negli  sofisticati spazi della Fondazione Prada, firmati da Rem  Koolhaas, si racconta anche di tre importanti esperimenti sul colore del bronzo in età  classica. Il primo è il rifacimento del Dorifero di Policleto, realizzato nel 1910 dal tedesco Georg Roemer, il secondo è la replica  dell’Apollo di Kassel, messo a fianco dell’originale e il terzo è il bronzo di Riace A (i due originali sono a Reggio Calabria). E’ un’opera di Vinzenz e Ulriche Brinkmann, due studiosi sul colore degli antichi bronzi. Sono loro ad aver formulato  un’ipotesi sull’identità delle due statue di Riace.

Da attente analisi dei particolari dei Bronzi emergerebbe che si tratterebbe di una mitica “coppia”: due eroi di rango, uno Greco e uno Trace, Eretteo, re di Atene e il suo  nemico Eumolpo, figlio di Poseidone. La loro lotta  per la contesa  dell’Attica è narrata da Tucidide.

E Pausania nel II secolo d.C. narra che sull’Acropoli di Atene c’erano due grandi statue. Ipotesi, certo, molto suggestive che  aggiungono fascino e ridanno vita ai due giganti di Riace.

Daniela Annaro

 

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