La sfida è la complessità

  •  
  •  
  •  
di Fabrizio Annaro

E’ la complessità la vera sfida che dobbiamo affrontare. La complessità mette in crisi il mondo politico, chiama in causa le forze sociali e i cittadini. E’ questo il tema emerso dall’incontro di formazione dedicato all’immigrazione, incontro promosso dalla Caritas di Monza, e condotto dal geografo Fabrizio Eva professore all’Università di Treviso esperto di geopolitica e flussi migratori.

La globalizzazione

L’origine della complessità ha tanti motivi fra cui la globalizzazione. Il punto è che a problemi globali le nazioni non sono in grado di offrire risposte globali. Anzi. Le democrazie occidentali di fronte alla complessità, spesso, hanno scelto la strada più comoda: quella della semplificazione e degli slogan. A problemi complessi servono risposte adeguate.

Il prof. Fabrizio Eva esperto di geopolitica dell’Università di Treviso

L’approccio culturale della politica, ha spiegato il prof. Eva, si è dimostrato debole: la destra preferisce strategie semplicistiche e di propaganda, la sinistra subisce, appare disorientata, spesso miope, a volte cieca.

Risposte semplici a problemi complessi

A questo si aggiunge la spinta sovranista unita alla paura dei cittadini europei di confrontarsi con culture e popolazioni diverse. A nulla serve il richiamo all’oggettività dei dati. Il timore prevale. Ad esempio in questo momento è la Grecia, e non l’Italia, la nazione europea più esposta all’arrivo degli stranieri. Sono le profonde disparità economiche il motivo fondamentale della migrazione. Le guerre e le catastrofi climatiche sono al secondo e terzo posto. Non sono le persone povere a mettersi in viaggio. In Africa i migranti, spesso, viaggiano in “rappresentanza” di un’intera comunità.

Servono pochi dollari per vivere in Africa

Il costo del viaggio varia a seconda del paese d’origine. Si può arrivare sino a 4 mila dollari. Chi parte è giovane e forte. Se non è di famiglia benestante, il villaggio provvede con una colletta. In Sudan, Etiopia, Ciad, Eritrea, Senegal, Mali … si vive con pochi dollari alla settimana. Se un africano giunge in Europa e si stabilizza può mantenere un intero villaggio! La maggior migrazione è in Costa d’Avorio, fra i paesi più ricchi dell’Africa. Una potenziale classe dirigente lascia l’Africa per cercare fortuna in occidente.

Che fare?

Il Prof. Eva propone due strade: una per la politica, l’altra per il mondo sociale. La politica dovrebbe darsi da fare per trovare soluzioni strutturali e promuovere una vera e propria rivoluzione economica. Un cambiamento in grado di ridurre le disuguaglianze e le ingiustizie.

Il mondo sociale, invece, potrebbero utilizzare con più intensità le strade di sostegno diretto alle comunità e ai villaggi dei paesi poveri. Come? Anzitutto evitare qualsiasi atteggiamento di superiorità. Ci sono, poi, progetti come quelli dell’UE, ad esempio il progetto COBRA che favorisce interventi gestiti dalle popolazioni locali che rispondono a bisogni locali.

Le adozioni a distanza sono un ottimo veicolo per favorire l’istruzione e rallentare le nascite. (Uno studio dimostra che la maggior parte delle giovani donne africane rimangono in stato di gravidanza entro due anni dall’interruzione degli studi). I costi in Africa sono decisamente inferiori rispetto ai costi dell’occidente: con 25/40 euro mensili si possono aiutare tante persone ad uscire dalla povertà.

Pensare al dopo domani

Infine un monito alla politica: poco si riuscirà ad ottenere da una classe politica che preferisce cavalcare i timori e non affrontare alla radice il fenomeno migratorio. Stiamo parlando di politiche non dell’oggi e neppure del domani, ma dei prossimi decenni.

30 gennaio 2020