La società adolescente

di Marco Riboldi

Partiamo da lontano.

Nei “Promessi Sposi”, Manzoni racconta la storia di Gertrude, la infelice ragazza il cui padre aveva deciso che dovesse farsi monaca. Per vincere la resistenza della fanciulla, il genitore attende il momento opportuno: quello in cui la mente di un adolescente è facilmente arrendevole davanti ad ogni scelta che si presenti come un po’ eroica, coraggiosa, di grande e importante sfida.

Lo sa bene chiunque abbia a che fare con gli adolescenti: per farti seguire devi anzitutto entusiasmarli, conquistare la loro immaginazione, più che la loro ragione, scaldarli, non impegnarli nella freddezza della analisi.

E sappiamo come questa attitudine adolescenziale sia, purtroppo, spesso utilizzata dagli adulti per ingannare gli adolescenti e portarli ad avventure pericolose, dalla scelta monacale della povera monaca di Monza del Manzoni alle seduzioni via internet di oggi.

Poi si cresce e la ragione impara a dominare le emozioni e si capisce che le scelte potranno anche essere ispirate dal cuore, ma poi il ragionamento deve governare le nostre azioni, sennò anche il miglior sentimento non si traduce in qualcosa di fattivo.

Mi pare che oggi stiamo assistendo ad un ritorno adolescenziale della opinione pubblica.

Complici i grandi mezzi di comunicazione, che devono semplificare, suggestionare, essere veloci nel comunicare messaggi, il ragionamento sta sempre più cedendo il posto alla emozione incontrollata.

La faticosa costruzione di una comprensione un po’ critica di una qualsiasi realtà appare decisamente in crisi e surclassata dalla immediatezza emotiva, quella che nel momento adolescenziale della vita si traduce nel “me la sento/non me la sento” e “mi far star bene/ mi fa star male”, criteri di giudizio che spiazzano gli adulti perché non discutibili in modo razionale.

Ma la nostra società può reggersi su una comprensione adolescenziale?
Certo questa immediatezza è più comoda, risparmia la fatica della analisi, e soprattutto è molto funzionale al consumismo: se tutto è emotività, è facile ridurre e semplificare anche temi difficili, utilizzandoli a fini del tutto estranei ai valori proclamati.

Guardiamo quale trasformazione pubblicitaria sta avendo il tema della protezione dell’ambiente, che sta diventando rapidamente il centro degli spot commerciali delle varie aziende: pare che ormai tutte le industrie siano diventate improvvisamente centri di preoccupati studi su clima e conservazione della natura.

Guardiamo come il tema dell’omofobia sia stato prontamente recepito dai furbi programmatori di spettacoli: non c’è più serie televisiva o film in cui non appaia almeno un personaggio (più spesso una coppia) felicemente gay (ben aldilà di un rispetto, come dire, della statistica in materia: non è vero che ci sono tante coppie gay, ma va di moda raffigurale. Il che non fa fare un passo neppur piccolo nel rispetto delle persone che vivono davvero questa loro realtà, anzi forse fa danni).

Guardiamo come la politica diventi sempre più strategia di sollecitazione dei sentimenti forti, delle emozioni più superficiali, con totale indifferenza nei confronti dei ragionamenti basati su dati, fatti, convinzioni in merito ai valori: è ormai chiaro che non serve dire la verità, anzi, una menzogna vale di più, purché sia efficace e costantemente ripetuta.

Solleticare la superficialità, dire quel che la opinione più disinformata vuole sentirsi dire: questa è la strategia oggi vincente.

Visto che chi mi conosce di persona e dai miei scritti sa che io mi ispiro alla sinistra, scelgo volontariamente un esempio di comportamento che non mi piace nel mio campo (anche se devo dire che nel campo della destra non faticherei minimamente a trovare esempi abbondantissimi). Pensate alla disinvoltura con cui gli uomini della sinistra italiana giustificano la scelta di governare con il Movimento 5 Stelle “perché se si votasse vincerebbe la destra”.

Vi pare normale? La sinistra in sostanza pare dire: “Il popolo non sta con noi, quindi facciamo un governo qualsiasi pur di non andare alle urne” (mi ricorda l’ironia tragica di Brecht sulla Germania Est: il popolo non ci approva, bisogna eleggere un altro popolo).

Non un ragionamento sulla possibilità di realizzare un programma di governo, non la analisi su quale sia il “blocco storico” che oggi premia certe scelte, non una prospettiva di costruzione politica a medio e lungo termine… no, solo la paura di perdere le elezioni.

Lo so che non è proprio così, che chi guida i partiti un ragionamento lo fa.

Ma al paese quale spiegazione si dà? Non quella della complessità di una analisi politica, ma quella semplificata dello scontro da cui si uscirebbe perdenti: è il “mi fa star bene/mi fa star male” adolescenziale.

Ho paura di questa emotività dilagante che, insieme alla moda del “politicamente corretto” di cui già abbiamo parlato in altro articolo, tende a togliere di mezzo la complessità, sostituendola con una falsa semplificazione.

Perché alla fine, se non si ragiona, vince chi è più furbo e più forte.

Se diventiamo tutti adolescenti, il cattivo genitore riesce a farci fare quel che vuole, come il padre di Gertrude: basta un po’ di astuzia nel presentare le cose nel modo “giusto”.

E sa il cielo quanto siano potenti oggi gli strumenti nelle mani di questi manipolatori dell’opinione pubblica.

Torniamo alla fatica del ragionamento, torniamo allo studio accurato, alla distinzione dei piani di valore: ci libereremo dai fili dei burattinai che sono pronti a barattare qualsiasi opinione con i propri interessi.