Intervista a Gilberto Salmoni sopravvissuto a Buchenwald

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GSalmonidi Daniela Zanuso

Dal suo libro “Una storia nella Storia”: Perdere mamma e papà, la sorella … è stato ed è molto doloroso. E’ stato un lutto troppo forte e non ho potuto che alleggerirne il peso, considerandolo come una fatalità prevedibile ed ineluttabile, dato il momento storico …Ho deciso di continuare a vivere”

Gilberto Salmoni, ingegnere e psicologo, è stato nel campo di concentramento di Buchenwald con il

fratello e a Birkenau ha perso i genitori e la sorella. Aveva 16 anni quando è stato arrestato dalla Milizia alla frontiera, dopo un tentativo di fuga in Svizzera con tutta la famiglia. Ora è un attivo testimone, svolge attività didattica nelle scuole ed è Presidente dell’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) sezione di Genova.

Ci vuole raccontare brevemente la sua esperienza?

Eravamo in alta montagna, avevamo camminato tutta la notte in mezzo alla neve. Eravamo arrivati al Passo della Forcola a 2.770 metri di altitudine. Le guide ci avevano detto che potevamo riposarci cinque minuti in una capanna e invece siamo stati sorpresi dalla Milizia. Poi il carcere di Bormio, le SS che ci portano a San Vittore e infine Fossoli.

Era un campo di smistamento dove siamo rimasti fino alla sgombero, perché avevamo dei documenti che dimostravano che eravamo ebrei “misti”(mia nonna era cattolica per es.) quando hanno deciso di caricarci sui treni. A Innsbruck i vagoni sono stati divisi e io e mio fratello ci siamo accorti che sul vagone dei nostri genitori e di nostra sorella c’era scritto Auschwitz e sul nostro Buchenwald. Eravamo consapevoli dell’orrore che ci aspettava, sapevamo già delle camere a gas, come non lo so, ma sapevamo.

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Una storia nella Storia di Gilberto Salmoni

Nel campo di concentramento di Buchenwald c’era una grande solidarietà tra noi, esisteva anche un comitato di resistenza clandestino. Il giorno della liberazione ricordo la sorpresa di aver visto un internato con un fucile.

Come è stata la sua vita dopo, quali sentimenti ha provato, cosa è cambiato?

Sulla mia esperienza, che ho cercato di non ricordare per quasi cinquant’anni il discorso è lungo; ho scritto un libro “Una storia nella Storia” A volte, però, mi vengono in mente aspetti nuovi, pensieri nuovi. Dopo essermi riaccostato all’ANED, perché a Genova non c’era nessuno degli altri in condizione di prendere il testimone, ho accettato di collaborare attivamente. Dopo i primi tempi , non facili, vivo la deportazione come un’esperienza positiva che mi ha insegnato molte cose e che mi ha permesso di conoscermi meglio e, forse, di conoscere meglio anche gli altri.

Ha dei sensi di colpa per essere sopravvissuto?

Nonostante tre membri della mia famiglia siano morti a Birkenau, non ho sensi di colpa,  non ne vedrei il motivo. Ci siamo voluti molto bene fino all’ultimo.

 

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