La testimonianza di Giorgio Pressburger, salvato da Perlasca

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di Daniela Zanuso

E’ stato dopo molti anni che ho scoperto che gli dovevo la vita

Giorgio Pressburger, scrittore, drammaturgo, è un nome nella regia teatrale e cinematografica, nell’ambito delle radio e della televisione, oltre che collaboratore di importanti testate italiane. E’ uno dei sopravvissuti salvati da Giorgio Perlasca, l’uomo che, durante la seconda guerra mondiale, fingendosi Console generale spagnolo, salvò la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi strappandoli alla deportazione nazista . Grazie a Perlasca non ha conosciuto gli orrori dei campi di concentramento e sterminio. L’anno scorso, in occasione della giornata della memoria, abbiamo intervistato il figlio di Giorgio Perlasca, Franco

Cosa ricorda di quei giorni a Budapest?

Avevo sette anni. Un bambino non si rende conto perfettamente, vive tutto come un’avventura: i trasferimenti, i cambiamenti di abitazione, non sono vissuti con l’angoscia di un adulto, nonostante le provocazioni, gli sputi, gli insulti. E’ uno strano miscuglio di sensazioni, di sentimenti.

Cosa ricorda di Giorgio Perlasca?

L’ho conosciuto in Italia 40 anni dopo, all’uscita del libro “La banalità del bene” di Enrico Deaglio, il libro che racconta la sua storia. Nella casa del Consolato spagnolo a Budapest, della quale ho un ricordo indelebile, io sono transitato quattro giorni per poi essere trasferito in un’altra casa. Qui in Italia l’ho incontrato varie volte: era un uomo molto simpatico, scherzoso e di un coraggio raro. E’ stato dopo molti anni che ho scoperto che gli dovevo la vita.

Ho scoperto inoltre che il mio salvacondotto e quelli dei miei genitori li aveva fatti lui e tutto questo dopo la trasmissione che è andata in onda anni fa in cui si parlava di questo uomo giusto e di un coraggio unico. Ho capito chi era e anche come sono stato fortunato. E’ stata come la scena di un dramma greco in cui si conoscono alla fine tutti i fatti e le concomitanze che li hanno determinati.

Come è stata la sua vita dopo, quali sentimenti ha provato, cosa è cambiato?

Una grandissima gratitudine e il grande rammarico di non aver saputo prima e non essermi potuto mettere io alla ricerca di Giorgio Perlasca. Ho conosciuto anche le signore ungheresi che lo hanno cercato e trovato e hanno reso ufficiale la sua storia.

C’è un sentimento che accomuna tutti quelli che hanno fatto ritorno: il senso di colpa per essere sopravvissuti. Lei cosa prova?

No, non nutro sentimenti di colpa, assolutamente, anzi. Mi ritengo fortunato e quindi questo sentimento di gratitudine non mi permette di provare nessun senso di colpa. Ho invece un grande rimpianto per chi ho perduto, una zia molto cara, i nonni paterni, provo un vago e diffuso dolore che, con l’andare degli anni, diventa più profondo se si pensa all’orribile ingiustizia che c’è stata. A volte invece è difficile rievocare, con il tempo i ricordi diventano vaghi perché vogliamo allontanarli. Quando è nata mia figlia le ho dato il nome di mia zia, ma non mi sono mai permesso di influenzare le sue scelte. Lei, nel frattempo, si è diplomata in pianoforte al Conservatorio, come la zia, ha seguito le sue orme.

La cosa che posso dire è che non mi piace sentire parlare troppo di quegli avvenimenti, trovo che la gravità e la tragica bellezza del destino vengano svalutate quando diventano linguaggio vagamente retorico. Credo di condividere questo sentimento con tanti altri anche per il troppo dolore, la troppa indicibilità di quei momenti.

 

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