L’Africa ci prova

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di Alfredo Somoza

Nel 1985 l’economista egiziano Samir Amin formulava la “teoria dello sganciamento” ipotizzando la creazione di flussi commerciali e politici “sud-sud” come unica via per il superamento dei rapporti iniqui tra il Nord e il Sud del mondo.

In sostanza Amin considerava questa come l’arma risolutiva in mano ai Paesi del “Terzo Mondo” per porre fine alla loro storica dipendenza dai rapporti coloniali e neocoloniali con l’Occidente. Molto tempo è passato e alcuni tentativi sono stati fatti, a partire dalla creazione del Mercosur, primo blocco economico interamente formato da Paesi sudamericani. Ma la svolta, con la materializzazione delle teorie di Amin, potrebbe verificarsi ora, proprio dove meno ce la si aspettava.

È l’Africa, infatti, che grazie ai rapporti “stretti” con la Cina, criticatissimi dalle vecchie potenze coloniali, ha trovato la spinta per integrarsi economicamente, da sola.

Il 1° gennaio di quest’anno, nel silenzio assordante della stampa mondiale, è nata l’area di libero scambio più grande al mondo: il Trattato di Libero Commercio Continentale Africano, noto con l’acronimo inglese AfCFTA. Riunisce 54 Paesi africani al fine di realizzare un’unione doganale, abbattendo dazi e armonizzando le regole commerciali.

Non si tratta di un’unificazione che ambisce alla costruzione di una nuova entità sovranazionale – come invece l’Unione Europea e, almeno sulla carta, il Mercosur – ma del tentativo di agevolare la circolazione di merci e servizi in tutto il continente, con l’obiettivo dell’autosufficienza. In pratica l’intero continente diventerà area di libero scambio, con la sola esclusione dell’Eritrea. Parliamo di un miliardo e duecentomila persone, una popolazione in crescita veloce, e di 2.500 miliardi di dollari di PIL.

Secondo i pronostici, entro i prossimi 7 anni l’unificazione delle regole e dei dazi sulle merci porterà a una crescita del 7% del PIL di questo continente-area economica e a un aumento pari a 500 miliardi di dollari nello scambio tra i Paesi dell’area.

Attualmente il 90% dell’export africano è diretto fuori dal continente: per fare un confronto, la quota di export dell’Unione Europea diretta all’esterno dell’UE è del 40%. Accrescere l’incidenza del commercio infracontinentale spezzerebbe la dipendenza totale dai mercati terzi. I motivi dell’attuale scarsità degli scambi tra Paesi africani sono diversi. Sicuramente ciò dipende dal fatto che l’export africano è costituito soprattutto da materie prime, ma un peso notevole hanno anche le difficoltà concrete a muovere merci e spostare servizi tra i Paesi senza finire imbrigliati nella rete di dazi, corruzione, ostacoli burocratici.

Alla decisione storica di costituire una zona di libero scambio di portata continentale non è estraneo il peso acquisito in Africa dalla Cina, primo importatore, esportatore e investitore internazionale nel continente. La Cina non ha soltanto sostituito i tradizionali legami postcoloniali con i Paesi europei o con gli Stati Uniti, ma ha effettuato enormi investimenti sulle infrastrutture e sulla trasformazione in loco delle materie prime, dando il via alla nascita di un settore industriale in diversi Stati africani.

Per la Cina, l’Africa non è soltanto un cliente da maltrattare o un fornitore da sfruttare, come è sempre stata per tutti gli altri “partner”, ma un continente strategico sul quale investire. La creazione dell’area di libero scambio diventerà un volano ulteriore per la presenza produttiva cinese perché le merci prodotte (o le materie prime trasformate) localmente potranno essere spostate da una regione all’altra del continente senza pagare dazi. Si tratta di una mossa mai nemmeno immaginata da Paesi come Francia, Belgio, Regno Unito, Germania o Italia, che concepirono l’Africa come uno scrigno dal quale trafugare tesori senza restituire nulla.

Eppure l’Africa che oggi decide di cominciare a camminare tutta insieme ha una forza che va oltre l’interesse contingente di Pechino e costituisce un precedente a livello mondiale.

Il fatto che un insieme di Paesi, le cui frontiere furono disegnate a tavolino dai governi europei, decida di creare una comunità con regole comuni, e di superare almeno in parte quei confini, è una delle migliori notizie degli ultimi anni, anche se quasi nessuno l’ha rilevato.