Lampedusa: intervista a Valerio Landri

Preghiera-Porta-dEuropa-640x480Valerio Landri, Direttore Caritas diocesana di Agrigento, ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande, per aiutarci a capire quale sia la situazione a Lampedusa e illustrarci le iniziative in favore dei migranti. Intervista di Fabrizio Annaro

Com’è la situazione a Lampedusa, cosa sta facendo la rete Caritas?
La situazione sull’Isola di Lampedusa rimane molto complessa. Le tragedie che in pochi giorni hanno visto morire oltre 400 migranti in cerca di un futuro migliore hanno richiamato l’attenzione dei media su un fenomeno, quello migratorio, che non può più essere affrontato e gestito come se fosse un’emergenza. L’esperienza tragica di uomini, donne e bambini costretti ad un ingresso irregolare nel nostro Paese ha messo le Istituzioni italiane ed europee davanti alle proprie responsabilità.

È pacifico che non sia più possibile ignorare la richiesta di aiuto di quanti fuggono da guerre e dittature, lasciandosi indietro la propria storia e i propri affetti, per affrontare l’ignoto: la loro non è mai una scelta ma rimane un’ultima possibilità di una vita migliore. Per questi motivi, crediamo, sia necessario rivedere la legislazione europea, unificando le politiche dei singoli Stati, aprendo corridoi umanitari, rivedendo il Regolamento Dublino e lavorando per un’accoglienza diffusa e più rispettosa dei diritti umani.

La rete Caritas, presente sin dal primo momento sull’Isola, ha attivato una ludoteca in collaborazione con Save the Children per offrire spazi di gioco ai bambini ospiti del CPSA e sta avviando un presidio stabile per il supporto psico-sociale e materiale ai migranti. La sua attività è di supporto ad un sistema istituzionale che disciplina chiaramente e rigidamente quali soggetti possano intervenire nella fase di soccorso e di prima accoglienza. Gli interventi della Caritas hanno piuttosto un carattere informale e non ufficiale, consistendo nel rispondere alle richieste presentate dai migranti che, circolando liberamente per l’isola, si rivolgono alla Parrocchia per chiedere abiti, scarpe, generi alimentari, prodotti per l’igiene o semplicemente conforto e orientamento.

 Qual è lo stato d’animo degli isolani?

Lampedusa ha sempre dimostrato con i fatti di essere un’isola accogliente a partire dagli anni in cui questo significava aprire le proprie case per dare accoglienza ai migranti o svuotare gli armadi per dare dei vestiti. Camminando per strada ci capita spesso di essere fermati dai lampedusani che ci chiedono come fare per avere in affidamento uno dei bambini ospiti al CPSA.

E’ una comunità che ha interpretato a pieno l’indicazione evangelica “ero forestiero e mi avete accolto”. La loro più grande sofferenza sta proprio nella limitata facoltà loro riconosciuta dalle Istituzioni di intervenire più fattivamente in risposta ai bisogni primari dei  migranti: vorrebbero un’applicazione più semplice e veloce delle procedure di affido, un’accoglienza diffusa, anche nelle famiglie, soprattutto in riferimento alle categorie più vulnerabili, quali donne, bambini e famiglie.

Hai avuto modo di “accompagnare” dei migranti e qual è il loro stato d’animo? Cosa si aspettano da noi?

I migranti arrivano sulle nostre coste con un bagaglio pieno di speranza ma anche di sofferenze. Sono molto provati da una traversata che molto spesso rappresenta solo l’ultimo atto di un viaggio che li ha visti subire violenze, passaggi del deserto, stipati in container come carri bestiame. Da noi si aspettano la capacità di saperli ascoltare ed aiutare in questo loro progetto migratorio. Cercano persone di cui fidarsi, loro, che nella vita hanno avuto solo persone da cui scappare. È doloroso leggere nel loro volto la delusione che nasce dal constatare che l’arrivo a Lampedusa non significa affatto la conquista della libertà o la possibilità di un nuovo inizio: la permanenza spesso prolungata all’interno del CPSA, in condizioni assolutamente indegne, rappresenta un’ulteriore frustrazione che sconforta e deprime.

 In Sicilia cresce la paura, serpeggia il razzismo. Qui da noi al nord si teme molto … molti credono che loro, i migranti, prima o poi prenderanno il potere e gli italiani faranno i garzoni mentre loro comanderanno.

La Sicilia è un popolo abituato ad accogliere e ad essere emigrante. Molti dei nostri nonni hanno alle spalle esperienze migratorie fatte di profonde sofferenze e viaggi della speranza. Il fatto che ci siano piccole frange estremiste e xenofobe non deve e non può offuscare l’attività volontaria e commovente del popolo siciliano. Nell’agrigentino, per quello che posso testimoniare, in queste situazioni si vede sempre quell’Italia che i giornali farebbero bene a raccontare, capace di donare, di servire, di farsi prossima alle sofferenze altrui, commovente. E questo vale sia per le comunità cristiane con le quali noi collaboriamo più spesso, ma anche per le istituzioni e le forze dell’ordine direttamente impegnate nella gestione dei flussi migratori.

Il fatto che al nord ci sia questo sentore mi dispiace molto, ma non è possibile pensare di chiudere le frontiere in un mondo in cui ormai i fenomeni geopolitici si ripercuotono necessariamente su tutti i Paesi. Sarebbe ingenuo il pensare di “poterci chiudere dentro”, lasciando fuori tutti gli indesiderati. I dati ISTAT ci dimostrano che è proprio grazie alla presenza dello straniero che la nostra Italia resta a galla, le nostre scuole continuano ad essere aperte, la produzione agricola va avanti … Il migrante è una ricchezza nella misura in cui gli si consente effettivamente di integrarsi nel tessuto sociale.

Credo che la paura derivi dalla “non conoscenza” dell’altro e da un difetto di memoria storica: noi siamo un popolo di migranti, questo non possiamo dimenticarlo. Noi fuggivamo (e lo facciamo ancora) dalla miseria e andavamo in cerca di un futuro migliore. Lo stesso vale per quanti sbarcano sulle nostre coste: fuggono dalla miseria e, molto spesso, da persecuzioni personali o guerre che li hanno costretti a lasciare tutto. La diversità è una ricchezza e non un pericolo.

Solo il dialogo, la conoscenza, la prossimità con questi nostri fratelli, l’incontrare i loro occhi impauriti ed il loro sguardo perso nel vuoto per l’incertezza del domani, l’ascoltare dalla loro voce le ragioni del loro viaggio … possono dare ai nostri occhi i filtri giusti per aprirsi all’altro. Per noi cristiani, poi, è ancora tutto più chiaro: la strada ci è stata indicata chiaramente e non abbiamo alcuna possibilità di non percorrerla se non vogliamo tradire il Vangelo.

Fabrizio Annaro

Per donazioni http://www.caritasagrigento.it