L’arte di barare

di Giacomo Orlandini

Barare fa parte della natura. Nella disciplina preistorica della lotta per la sopravvivenza non sono previsti arbitri. Per questo, molti animali, avendo avuto migliaia di anni di evoluzione per affinarne le tecniche, sono diventati degli imbroglioni provetti.

L’opossum, fingendosi morto per sfuggire ai predatori, si meriterebbe cartellino giallo per simulazione. La farfalla occhio di pavone dovrebbe essere squalificata per gioco sleale a causa dei disegni sulle sue ali che disorientano i malintenzionati.

Nondimeno, l’uomo, volendo sempre primeggiare sui colleghi del regno animale, si è sentito in dovere di iscriversi alla competizione. Ciò che in natura è frutto di evoluzione e combinazioni biologiche, l’essere umano lo trasforma in arte, disciplina. Tralasciando espedienti banali come il doping e gesti subdoli come la mano de Dios, la creatività umana ha reso gli imbroglioni dei discutibili artisti, che trovano la loro massima espressione in campo sportivo. L’arte di barare comprende due scuole di pensiero: i pigri e gli attori.

La scuola degli attori è una vera e propria accademia di recitazione. Gli attori-sportivi usano slealmente il proprio talento nella rappresentazione per celare la realtà o modificarne alcuni aspetti a proprio vantaggio. L’atleta tedesca Dora Ratjen partecipò per la prima volta ai giochi olimpici nel 1936 guadagnandosi un quarto posto di tutto rispetto nella categoria femminile di salto in alto. Due anni dopo arrivò persino a stabilire il record mondiale della stessa disciplina. Come riuscì una sconosciuta a raggiungere tali risultati in così poco tempo? Sicuramente non c’entravano dedizione e amore per lo sport. Semplicemente, Dora Ratjen era un uomo. Il regime nazista non aveva molta fiducia nelle proprie atlete donne e, per evitare imbarazzo, reclutò Horst Ratjen (questo il suo vero nome) per vincere la gara di salto in alto. Costretto a gareggiare travestito da donna, Horst alla fine confessò e fu ovviamente spogliato delle sue vittorie.

Dora Ratjen

Le doti dell’attore-sportivo, però, possono rivelarsi utili anche fuori dal campo. È il caso del calciatore senegalese Ali Dia e del suo piano per entrare nelle fila del campionato inglese. Nel 1996 Ali convinse un suo amico a chiamare il club inglese Southampton fingendosi l’ex Pallone d’oro George Weah, il quale avrebbe dovuto raccomandare ai dirigenti della squadra Ali Dia, spacciandolo per un suo cugino. Incredibilmente, nel giro di poche settimane Ali Dia si stava già allenando col Southampton. La seconda giornata di campionato venne addirittura messo in campo per 53 minuti. Purtroppo per lui, il talento non si può recitare. La prestazione, infatti, fu pessima e la società rescisse il contratto giusto il giorno dopo.

Il motto della scuola dei pigri è “massimo risultato con il minimo sforzo”. Questa regola d’oro è stata spesso applicata, ironicamente, alla disciplina sportiva che più richiede sforzo fisico: la maratona. Nel 1980 l’atleta cubana Rosie Ruiz vinse la categoria femminile della maratona di Boston. Il tempo finale fu di 2 ore, 31 minuti e 56 secondi, il terzo tempo più veloce mai corso da una donna. Eppure a molti spettatori il suo volto non sembrava affatto quello di un’atleta stremata dalla fatica. L’organizzazione si insospettì e fece partire un’indagine. Venne scoperto che Rosie era uscita più volte dal percorso di gara, mescolandosi tra la folla e rientrando solo nel finale. Alcuni affermano addirittura di averla vista prendere la metropolitana. Smascherato il suo inganno, il suo nome venne cancellato dall’albo d’oro.

i Fratelli Motsoeneng

Scorrendo l’elenco della scuola dei pigri, non si può tacere la trovata geniale di Sergio Motsoeneng: degna dei migliori illusionisti. Nel 1999 il runner sudafricano giunse ottavo alla Comrades Marathon guadagnando un premio di 1000$. Terminata la gara cominciarono le proteste, c’era chi sosteneva di non essere mai stato superato da Sergio. Si consultarono le immagini e, ad una prima analisi, tutto sembrava regolare. L’atleta appariva in varie foto lungo diversi tratti della corsa. Tuttavia, confrontando meglio le foto, l’orologio di Motsoeneng a volte si trovava sul braccio destro, altre volte su quello sinistro. Questa stranezza spinse i giudici ad indagare. Alla fine la verità saltò fuori. I Motsoeneng in gara in realtà erano due: il già citato Sergio e suo fratello Fika. I due avevano escogitato un piano geniale. Dopo 45′ di corsa, Sergio si infilava in un bagno chimico dove ad attenderlo c’era il fratello. Si toglieva quindi vestiti, cappellino, scarpe e pettorale per dare il tutto al fratello che continuava così la corsa. Il tutto si era ripetuto più volte lungo il percorso, trasformando così la maratona in una staffetta. Una volta scoperti vennero squalificati ed il premio fu revocato.

Nonostante i validi contendenti che ho elencato, se ci fosse un premio Nobel per la truffa sportiva, sicuramente verrebbe assegnato a Boris Onischenko: l’artista che ha saputo conciliare entrambe le scuole di pensiero in un’unica performance. Boris Onischenko era parte della squadra Sovietica di pentathlon moderno. L’atleta vantava un cospicuo palmarès, era infatti vincitore di molti premi sia individuali che di squadra.

il giudice a sinistra e Boris Onischenko durante il controllo della spada

Alle Olimpiadi del 1976, si presentò quindi come grande favorito. Dopo la prima delle cinque prove del pentathlon, venne il turno della scherma, specialità di Boris. Nella scherma, una stoccata viene dichiarata valida quando una pressione di 750 grammi viene esercitata sulla punta dell’arma, accendendo la macchina segnapunti. Per questo Jim Fox, capitano della squadra inglese, si stupì quando la spada sovietica fece accendere il segnalatore senza che sentisse alcun tocco sul suo corpo. Qualche istante dopo la spia si accese addirittura mentre Boris aveva il braccio in aria e la spada puntata verso il cielo, scatenando le proteste degli inglesi. L’arma venne sequestrata ed esaminata. Si scoprì che Boris aveva pensato bene di truccare la macchina segna punti in modo da guadagnare qualche vantaggio sugli avversari. Un rudimentale pulsante piazzato sotto la guardia del fioretto permetteva di accendere l’apparecchio segnalatore a proprio piacimento. Ovviamente Boris venne squalificato e privato di tutti i riconoscimenti vinti precedentemente. La sua pessima performance di attore lasciò tutti a bocca aperta: Boris non avrebbe avuto bisogno di questo stratagemma per vincere, ma la pigrizia di lottare gli valse la rovina della sua carriera.