L’aurora nel giardino scuro: Pater ad Castrum

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di Francesco Troiano – illustrazione di Filippo Carletti

Prosegue con la seconda puntata il romanzo breve “L’aurora nel giardino scuro”.  (1a puntata qui).

PUNTATA 2 – PATER AD CASTRUM

Già in altri tempi, si diceva, la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose un modo di vivere

(da “la casa in collina” di Cesare Pavese)

25 aprile 2019 ore 5,45

Una vecchia sveglia bianca e blu senza il tic-tac trillò nella coronaria sinistra di Gregorio.

La piccola luce di una lampada stradale filtrava dalla persiana mezza accostata.

Con l’extrasistole ancora in subbuglio, si alzò, ondeggiando fra le staffilate del gelo.

Diede una pulita alla superficie del vetro completamente bagnato e, con la mano fradicia, guardò la notte ancora profonda della vallata.

Si buttò addosso la coperta rimettendosi seduto sulla brandina e accese l’abat-jour. Gli occhi, annegati nel sonno, si spostarono sul pavimento di piastrelle lucide anni sessanta. Una fila, perpendicolare ai suoi piedi, riportava disegni intriganti.

Un quattre de chiffre, un pesce, una torre, un sole, una chiave, una luna…

Quella curiosità lo spinse a seguire carponi le mattonelle proseguenti sotto il tavolino, scoprendo, un pezzo di carta appallottolato e dormiente sulla parete di fondo: era un foglio a quadretti su cui qualcuno, con biro blu, aveva scritto di corsa: “Abbazia di Torrescano”.

Gregorio, non aveva bisogno di rivestirsi, perché dopo che Teresa l’aveva accompagnato allo stanzino, senza cenare, si era buttato sulla brandina così com’era. Poi, aveva ritagliato l’articolo di Pavese e se l’era infilato in  tasca assieme al foglio stropicciato dell’Abbazia…

L’aria frizzantina del mattino sferzava il viso come una passata di dopobarba alcolico. Con il sole appiccicato a un cielo trasparente, l’occhio correva sopra i campi lavorati dai trattori. Con la mente, Gregorio, aveva salutato Teresa e con il cuore riascoltava il rumore dei suoi passi sul sentiero.

Superata la gobba di una collina, l’Abbazia di Torrescano si materializzò con i suoi  muri di mattoni rossi e sabbia sporca. La facciata aveva i tratti romanici e una certa vicinanza con il tempio milanese di S. Ambrogio.

Fatto il segno di croce, il suo sguardo andò in terra. Una vocina, gli diceva che l’Antonio fosse passato di lì. Non fece in tempo a guardare i piastroni del pavimento iniziatico, che scoprì immediatamente gli identici simboli del pavimento della stanza di Crea e una scritta:  pater ad castrum.

“Ma lei per caso è uno studioso?

Frate Giacomo, il guardiano dell’abbazia, osservava con curiosità Gregorio accucciato sul pavimento a prendere appunti.

“Beh, non proprio…sono uno scultore…”

“Capisco…prende nota di cose legate alla storia dell’arte…”

“In un certo senso…sono interessato a questi simboli. Li sto riportando per fare qualche ricerca.”

“Se posso…potrei provare a darle una mano”

Gregorio, in quel momento stava scrivendo “pater ad castrum”.

Padre, nei pressi del castello. Iscrizione di origine incerta. Molti studiosi hanno fatto le ipotesi più varie. La cosa buffa è che, in questa zona, non si hanno notizie di un castelliere, mentre il Monferrato è strapieno di castelli. Quale fosse il “Padre”, anche lì, si sono sbizzarriti, senza trovare una risposta convincente”

“Un’iscrizione messa in cima a una fila di simboli…forse, è meno incomprensibile di quanto possa sembrare”.

“Già” riprese il frate. “Personalmente, e Dio mi perdoni, con la numerologia ho provato a fare due calcoli. La luna è il 6. Il pesce il 3. La torre l’8. Il sole il numero 1, la chiave il 2. Il quattre de chiffre, ovviamente il 4. Facendo la somma 6+3+8+1+2+4 darebbe come risultato 24. Che poi sarebbe il numero 6. Che elenca una serie di significati alchemici, fra i quali, l’unità familiare, il prendersi cura dei propri genitori.

“Questo spiegherebbe la dicitura riferita al padre”

“Si, ma c’è un problema. Il 6 ci ricollega nuovamente alla simbologia lunare. La luna è un simbolo femminile, è Iside per gli Egizi,  la Dea, la Madre e Sacerdotessa. Se volessimo completare l’analisi, il padre corrisponderebbe, anche lui come il sole, all’1 e il castello, equiparato alla torre, all’8. Ovvero, una somma di 9 che, aggiunta al 6 di prima, darebbe un 15. Ed ecco che torniamo al numero 6.“

Nella chiesa, il rimbombo dell’ultima frase, divenne una nota musicale purissima, che si diffuse nell’aria tra le colonne.

“Padre, ma…ho avuto una strana sensazione”

“…la risonanza…”

“Cioè?”

“Deve sapere che in questo tempio a volte passano musicisti per accordare i loro strumenti…”

“Ovvero?”

“A causa della struttura absidale e di certi incroci delle volte, sembra che, facendo risuonare ad esempio un LA, quella risonanza corrisponderebbe alla nota pura che riscontriamo ad esempio sul diapason”

“Lei prima parlava del numero 6…se non considero i semitoni, la nota LA corrisponde al sei. Ecco il perché…”

“Mah…signor?”

“Gregorio”

“Signor Gregorio, il rischio di farsi prendere da queste cose…è altissimo!”

“ Padre, le posso fare una domanda?”

“Dica”

“Nei giorni scorsi, le risulta che sia passato da queste parti quest’uomo?”

Estrasse la fotografia di Antonio e la mostrò al frate.

“Si certo. Lo ricordo bene”…

“Veramente?…l’ha visto…ci ha parlato?”

“All’inizio pensavo fosse un clochard. Ma era vestito dignitosamente. Si è avvicinato all’orto che abbiamo dietro l’abbazia dove stavo raccogliendo dei broccoli. Mi domandò se in chiesa c’era la statua di Santa Cecilia.

Mi ero incuriosito di quella strana richiesta e lui ha cominciato a raccontarmi del padre direttore di banda, che in famiglia erano tutti musicisti e che Santa Cecilia, protettrice della musica e dei musicisti, era per lui la santa del cuore.

Gli dissi dell’esistenza di una cappella votiva di Santa Cecilia sulla strada per il Castello dell’Arianna…

Un tipo, con dei chiari problemi di salute, ma affabile …simpatico…ma, mi scusi…è un suo conoscente?”

“E’ mio padre”

“Suo padre?”

“E’ uscito da  casa mia e non ha fatto più ritorno. So per certo che prima di arrivare qui è stato alla Madonna di Crea….ma lei prima ha citato un castello…”

“Si, ha ragione…Domani le darò le indicazioni precise…”

Solo per quella notte, Fra’ Giacomo, offrì a Gregorio una cella dell’abbazia.

Disteso sul tavolaccio, Gregorio ascoltava i Canti dei monaci intenti nei Vespri della sera. 

Da qualche cosa di aperto arrivava un filo d’aria che sembrava portarsi dietro una specie di aroma. La finestrella e l’uscio erano chiuse. Le preghiere armonizzate s’intessevano dentro l’immagine dei simboli. Quello spiffero piacevole e quel profumo lo dondolarono nel sonno che lentamente lo pervase, e si addormentò.