Le serve: una favola nera in camera da letto

di Francesca Radaelli

Una favola nera, che alza il sipario sui risvolti psicologici, spesso inquietanti, del rapporto tra due serve e la loro padrona. Del resto, l’origine del dramma in scena questo weekend al teatro Manzoni di Monza, risale a un raccapricciante fatto di cronaca avvenuto oltre ottant’anni fa in una tranquilla cittadina francese. Il 2 febbraio 1933 le due sorelle Christine e Léa Papin,

che lavoravano come domestiche presso una famiglia borghese di Le Mans, commisero un atroce delitto: la padrona di casa e sua figlia furono ritrovate massacrate e con gli occhi strappati dalle orbite. Il fatto sconvolse la Francia, l’opinione pubblica ne fu atterrita, lo psichiatra Jacques Lacan lo analizzò nell’ambito dei suoi studi sulla paranoia. E nel 1947 il grande drammaturgo Jean Genet  ne prese spunto per il dramma Le serve. 

Descritto da Jean Paul Sartre come un continuo ribaltamento fra essere e apparire, fra immaginario e realtà, Le serve (Les bonnes) rappresenta oggi un vero e proprio classico contemporaneo, che in questi giorni è approdato a Monza nella versione diretta da Giovanni Anfuso, con protagoniste Manuela Mandracchia, Anna Bonaiuto e Vanessa Gravina, dopo il recente debutto al Piccolo Teatro Grassi di Milano.

L’orizzonte della scena è la camera da letto della ‘signora’, dominata dal pomposo letto di Madame e dal grande armadio pieno di sfarzosi vestiti. In assenza della padrona, per Claire e Solange, quella camera diventa palcoscenico per la loro ‘cerimonia’: Claire si cala nei panni di Madame, atteggiandosi a raffinata signora mondana e indossandone con compiacimento gli abiti sontuosi, mentre Solange diventa Claire, oggetto delle angherie della finta Madame. Il copione della messa in scena segreta prevede che infine Claire uccida Madame, stringendole il collo fra le mani.

L’ambivalenza con cui le due serve guardano alla loro padrona si materializza proprio durante la cerimonia’, unico spazio nella vita di Claire e Solange in cui le due giovani donne possono uscire da una quotidianità fatta di lavori domestici e immaginare un’altra dimensione della loro esistenza. Quella dei loro desideri più profondi, e contraddittori: essere Madame oppure uccidere Madame. Divise tra ammirazione e odio per la bella e raffinata padrona (che nell’azzeccatissima interpretazione di Vanessa Gravina assomiglia tanto a una diva del cinema, capricciosa e distratta) le due serve proveranno ad ucciderla per davvero, con una tisana avvelenata, dopo aver fatto arrestare, tramite lettere anonime inviate alla polizia, l’amante di lei, diventato anch’egli naturale oggetto dei loro desideri segreti. Ma il finale della vicenda sarà del tutto inaspettato…

Se alla presenza di Madame le relazioni tra i personaggi non escono mai dalle dinamiche dei rapporti padrone-servo di un tipico contesto borghese, è nei momenti in cui le due serve sono sole che si manifestano i loro veri sentimenti nei confronti della padrona. Contraddittori e ambivalenti, danno luogo a lunghi scambi di battute, forse eccessivamente ridondanti, ma che ben mettono in luce il carattere ossessivo e ‘malato’ dei desideri repressi delle due serve.

Nella Claire vulcanica di Manuela Mandracchia si vede tutta la femminilità inibita e negata delle serve, condannate a non uscire mai dalle mura domestiche, e attraversate dal desiderio irresistibile di indossare i vestiti e utilizzare i trucchi della padrona. Anna Bonaiuto nei panni di Solange, invece, esprime tutta la sorda frustrazione derivata dall’impossibilità di uscire da una relazione di perpetua sottomissione a Madame. Di qui nascono un profondo sentimento di odio e un folle progetto omicida che alla fine si ritorcerà inevitabilmente contro le serve stesse.

La tragedia infatti colpisce alla fine proprio loro, le due serve che hanno cercato riscatto nello spazio della finzione ma che si sono spinte troppo oltre, passando dal gioco teatrale a una condizione di follia reale. La tragedia che si consuma nel corso del dramma non tocca invece minimamente la figura di Madame, che rimane in un’altra dimensione, protetta in una sorta di nuvola di superficialità borghese. Una condizione che la spinge a trattare le serve con benevolenza, ma senza nemmeno riuscire a distinguerle l’una dall’altra. E a non rendersi minimamente conto del dramma profondo che le attraversa e le spinge a superare i confini della pazzia.

 

 

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