Leonard Bernstein e il talento domato

Leonard_Bernsteindi Alessandro Arndt Mucchi

Come in un rodeo, il talento è un giovane cavallo che scalpita legato dalle briglie della società e di una scuola che non forma il solista, ma il migliore del coro. È un animale che non vede l’ora di galoppare lasciandosi alle spalle i più lenti, è una forza pura e senza regole che punta a esplodere o scappare lontano, portandosi dietro il destriero o disarcionandolo.

Il talento è insieme benedizione e maledizione, può essere domato per fare grandi cose, ma non è così facile averne ragione e il rischio di perderne il controllo è dietro l’angolo, soprattutto agli inizi. Ci si accorge di essere talentuosi da giovani, nel pieno delle forze e con tanta voglia di correre, così la tentazione di scappare con l’energico destriero può prendere il sopravvento.

Leonard Bernstein muore a causa di una disfunzione cardiaca il 14 ottobre del 1990 dopo avere domato e cavalcato il suo talento per 72 anni, una cavalcata condotta però nel modo migliore, lasciandosi talvolta guidare dal cavallo fuori dai sentieri che sembravano più ovvi. “Non voglio passare la mia vita come ha fatto Toscanini, studiando e ristudiando gli stessi cinquanta pezzi per sempre,” diceva ai microfoni del New York Times. “Mi annoierebbe a morte. Voglio dirigere, voglio suonare il pianoforte, voglio scrivere per Hollywood, voglio comporre musica sinfonica. Voglio continuare a provare ad essere, nel senso più completo di questa parola meravigliosa, un musicista.”

Importa davvero qualcosa che abbia iniziato lo studio del pianoforte a 10 anni, quasi fuori tempo per i canoni della formazione classica sempre a caccia di bambini prodigio, e che abbia sentito per la prima volta un’orchestra sinfonica a 16? A noi no, ma certo importava a chi cercava appigli per sminuire il suo successo diviso tra tante sfaccettature della stessa arte. Le sue composizioni più classiche nello stile vengono quasi messe da parte da chi guardava con sospetto al suo varcare agilmente il confine tra musica colta e cosiddetta leggera (che brutto modo di chiamare la musica che non richiede lo studio dell’armonia e del solfeggio per essere capita da tutti).

Certo, il suo più grande successo di pubblico è West Side Story, un musical che è tanto orecchiabile quanto lontano dall’evoluzione della musica classica dei tardi anni cinquanta. Con la prima rappresentazione del 1957 siamo appena un lustro dopo la pubblicazione, se di pubblicazione si può parlare, di 4’33 di John Cage, e in Europa abbiamo Berio e Ligeti, quindi non è così strano tutto quell’alzarsi di sopracciglia all’ascoltare la popolare opera dell’allora direttore musicale della New York Philarmonic.

Bernstein non si fa fermare dalle critiche e continua il suo percorso eclettico componendo, dirigendo, insegnando e portando il suo carisma in giro per il mondo. “È malato di importantite” dirà il librettista di West Side Story, Stephen Sondheim, mentre la sua esuberanza scenica creava preoccupazioni all’allora critico musicale dell’Herald Tribune Virgil Thomson: “Potrebbe essere che avendo imparato il repertorio classico nella maniera più difficile, e cioè dopo i quindici anni d’età, costruisca il suo successo seguendo solo la sua personalità e il talento per la spettacolarizzazione.”

Insomma, è chiaro che non a tutti i membri dell’intellighenzia andasse a genio il suo stile, mentre sul fronte del pubblico gli apprezzamenti non sono mai mancati. Il suo essere popolare, nella migliore accezione possibile del termine, era forse anche figlio della forte attenzione alle problematiche sociali e alle disparità di classe, oltre che della sua musica, tanto che non gli fu risparmiata l’accusa di comunista per certe dichiarazioni lontane dal modello dominante negli Stati Uniti.

Le cronache ci dicono che al passaggio del suo corteo funebre per le strade di New York nel 1990 gli operai al lavoro lo salutavano con un colloquiale “Goodbye, Lenny!” togliendosi il cappello, forse il riconoscimento più grande per una persona che credeva nella forza comunicativa della musica e dell’arte.

 

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