Linkin Park da urlo agli I-Days

di Chiara De Carli

È stata una giornata intensa, quella di ieri all’I-Days Festival. La terza di quattro, del Festival della musica indipendente, l’evento che da giovedì pomeriggio sta animando il Parco di Monza. L’area concerti ha iniziato a essere gremita fin dal primo pomeriggio, con una stima totale di 80 000 persone, a ridosso dell’esibizione degli artisti più attesi: Blink-182 e Linkin Park. Sul palco, gli artisti americani, sono stati preceduti dai canadesi Sum 41, che con il loro hardcore punk hanno riscaldato il palco.

Un revival dei brani più famosi, ancora vivi nei ricordi dei loro fans: iniziano con le note ruvide e decise di “We’re all the blame”, c’è poi “Pieces” e infine l’amata “Still waiting”. Sono le 19.20 e devono lasciare spazio ai Blink-182.

La folla è carica, il pubblico formato per la maggior parte da giovani in una fascia d’età che va dai 15 ai 35 anni, è in tripudio per l’entrata in scena del trio statunitense.

Fa capolino sul palco il batterista Travis Barker, coerente con sé stesso,cappellino in testa e con addosso solo i tatuaggi del suo corpo, entrano poi il bassista e cantante Mark Hoppus sempre preciso, maglietta nera e occhiali da sole, infine Matt Skiba biondo platino, cappellino in testa, occhiali da sole, la sua maglietta ha una stampa con le parole “Mugello”, con i colori della bandiera italiana, i pantaloni a righe bianche e nere. L’inizio è un po’ arrancante, il sostituto di Tom DeLonge non sembra essere perfettamente intonato, inizialmente non convincono. Successivamente, i toni si distendono, il sole diventa meno forte e dopo “First Day”, gli spettatori sono sempre più partecipi e forse anche i Blink si lasciano andare.

Sulle note di “I miss you”, il sound raggiunge livelli davvero ottimi e anche loro sembrano trovarsi più a loro agio sul palco. Travis picchia sempre più forte su rullante e tom, qualche fanciulla tra il pubblico ha un cartello che riporta le parole “Travis I’m pregnant” (Travis sono incinta), o ancora “Travis sposami”. Mark conserva la sua consueta precisione, mostrando una nuova maturità. Matt Skiba si toglie il cappellino e forse con meno sole in faccia, ragiona di più e riesce a sincronizzarsi con la musica prodotta dai suoi compagni di note. Suonano i più grandi classici, tra cui “She’s Out of Her Mind”, “What’s my age again”. Il pubblico ne avrebbe voluta qualcuna in più, ma il tempo stringe. C’è solo poco più di mezz’ora che separa dal live tanto atteso dei Linkin Park, giusto il tempo di convertire i soldi in tokens e recuperare un po’ di acqua per reidratarsi.

Precisi come sempre, alle 21.45, l’orario previsto dalla programmazione, i Linkin Park si presentano sul palco e attaccano con uno dei pezzi racchiuso nel loro ultimo album: “Taking to myself”. Si fa spazio “Burn it down” e poi è un continuo alternarsi tra pezzi storici e pezzi più recenti. Il live viene condotto con maestria da dei Linkin Park favolosi, dei veri professionisti. Chester è in forma, la sua voce è carica, Mike è sorridente e rilassato, Rob alla batteria pesta come se non ci fosse un domani, Joe un po’ scompare assorto tra i suoi dischi e alla fine ci sono sempre Brad alla chitarra e Phoenix al basso. I due cantanti gestiscono con grande capacità l’intero live, la bravura di Joe si fa sentire nel fondere in un tutt’uno i pezzi hard rock e cross over degli anni passati, con i toni più commerciali e pop degli ultimi brani. Chester sulle note di “Breaking the Habit” rompe tutto, è lì in prossimità del pubblico, si avvicina, tende le sue mani, si lascia avvolgere mentre canta dalle persone, che lo accarezzano, gli donano affetto.

Chester non vuole più lasciarli. A un certo punto, sembra quasi essere richiamato all’ordine dai suoi colleghi e amici che sono lì, fermi sul palco mentre lo stanno aspettando. Lo spettacolo prosegue, è una festa incredibile, non si capisce dove finisca il palco. Mancano dieci minuti alle undici, le note che attaccano sono quelle di “A place for my head”, sempre di Hybrid Theory. Il pezzo inizia, poi d’improvviso il silenzio: Rob continua a suonare, ma ciò che si sente, è solo il leggero ticchettio delle bacchette. Tutti si guardano sorpresi, i Linkin Park sembrano allarmati, ma non più di tanto, fino a quando Mike, rivolge lo guardo verso il pubblico e chiede silenzio. Trenta secondi di assenza di suono e boom, la forza di “A place For My Head” esplode nuovamente. Questi sono i Linkin Park: cantano, si divertono, saltano, scherzano e si fermano a godersi lo spettacolo del loro pubblico che canta all’unisono “In The End”. Un’ora e mezza di spettacolo, di più non si concedono mai. Ti lasciano sempre così, contento, ma non soddisfatto, con la necessità di andare a un altro loro live, al più presto.

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