L’Italia, la Libia e i due piatti della bilancia

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di Francesca Radaelli

“L’Italia e l’intera Unione Europea debbono essere consapevoli che stanno attuando dei respingimenti collettivi di persone che fuggono dalla guerra e dalle persecuzioni e che altresì stanno finanziando il sistema dei campi di concentramento in Libia. Tutto ciò richiama le pagine più orribili della storia del ’900. Fu per evitare per sempre il ritorno di quegli eventi drammatici che nacquero il sistema internazionale di tutela dei diritti umani e il sistema di protezione dei rifugiati, al cui rispetto gli Stati sono vincolati”. 

L’accusa, durissima, è contenuta nella lettera aperta al governo italiano inviata dalle organizzazioni che fanno parte del Tavolo Asilo Nazionale Libia alla vigilia del 2 novembre, data in cui si è rinnovato automaticamente il memorandum d’intesa sottoscritto nel 2017 dal governo Gentiloni.

Le richieste delle organizzazioni umanitarie

I firmatari della missiva  – segnatamente A Buon Diritto, Acli, Actionaid, Amnesty International Italia,  Arci, Asgi, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cnca, Comunità di Sant’Egidio, Comunità Papa Giovanni  XXIII, Emergency, Fcei, Focus – Casa dei Diritti Sociali, Fondazione Migrantes, Intersos, Legambiente, Medecins du Monde Missione Italia, Medici per i Diritti Umani, Oxfam Italia, Save The Children, Senza Confine e Società italiana di medicina delle migrazioni – chiedevano al governo di annullare l’accordo, attraverso il quale l’Italia sostiene – questa l’accusa – con ingenti finanziamenti e dispiego di risorse, la Guardia Costiera libica e i centri di detenzione in Libia, in cui sono state documentate più volte pesanti violazioni dei diritti umani.

Del resto sono stati gli stessi giudici popolari della corte di Milano a condannare all’ergastolo il cittadino somalo Matammud Osman riconosciuto da altri connazionali come l’aguzzino che nel campo di Bali Walid in Libia li stuprava e torturava, costringendo i parenti a sentire le loro urla al telefono. 

La scadenza del 2 novembre è passata, il premier Conte e il ministro degli Esteri Di Maio hanno dichiarato di voler modificare il memorandum, ma intanto è scattato il rinnovo automatico.

Diritti umani o flussi di migranti?

L’intesa con la Libia, del resto, fa comodo. Ha contribuito alla contrazione dei flussi migratori dalla Libia e a una riduzione delle morti in mare, sostiene il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.

I migranti non partono per un motivo solo: perché sono rinchiusi nei ‘lager’ libici, sostengono invece le organizzazioni umanitarie. Non muoiono in mare, non arrivano in Italia, insomma non ci danno fastidio, perché restano in quelli che il commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi ha definito “campi di concentramento” .

Diritti umani universali da una parte. Problema di gestione dei salvataggi in mare e dell’arrivo dei migranti nel nostro Paese sull’altro piatto della bilancia. Quale dei due peserà di più?

“La Libia ha comunicato la sua disponibilità a rivedere il testo”, sottolinea Lamorgese. L’obiettivo delle modifiche volute dall’Italia  è ottenere che sia l’Onu a gestire i centri migranti in Libia. Perché nessuno può negare  le violazioni dei diritti umani che avvengono in quei luoghi. Intanto però i propositi di modifica restano sul piano delle parole, mentre nei fatti il memorandum è stato rinnovato così com’era, per altri tre anni.

Aumenta il tasso di mortalità in mare

E se le morti in mare sono calate nei numeri, denunciano le organizzazioni promotrici della lettera aperta, è solo perché le partenze sono diminuite (i migranti vengono fermati prima di prendere il mare e rinchiusi in prigione).

In realtà, spiegano le organizzazioni umanitarie, grazie agli interventi della guardia costiera libica, a cui l’Italia di fatto ha delegato la maggior parte delle operazioni di salvataggio in mare, il tasso di mortalità nel Mediterraneo centrale è aumentato: “Secondo le stime di UNHCR, dall’inizio del 2019 ad oggi è morta nel tentativo di raggiungere l’Europa dalla Libia una persona ogni 11 persone sbarcate, mentre nello stesso periodo del 2017 tale tasso era pari a una persona morta ogni 40”.

Insomma chi parla di una riduzione delle morti in mare non racconta proprio tutta la verità. Piuttosto, sembra che l’arrivo di un barcone carico di disperati faccia più paura di una violazione strutturale dei diritti definiti dalla dichiarazione del 1948.

La buona notizia dov’è, questa volta? Per il momento all’orizzonte non si vede. Forse è in fondo al mare, o rinchiusa anche lei in qualche prigione. La speranza è che riesca a liberarsi presto.