Livatino, il “ragazzino” contro Cosa Nostra

Rosario_Livatino21 settembre 1990, strada statale 640 Agrigento Caltanissetta, ore 8.30. All’altezza del viadotto Galena, quattro killer di mafia aprono il fuoco all’impazzata e uccidono un giovane e validissimo magistrato: Rosario Angelo Livatino. Viaggia su una Ford Fiesta senza scorta. Sa di essere in pericolo, ma non vuole far rischiare la vita a nessun altro. I quattro sicari appartengono alla Stidda, fazione che cerca di osteggiare e contendere il territorio a Cosa Nostra.

L’allora Capo dello Stato, Francesco Cossiga,in una delle sue tante esternazioni a poche ore dall’agguato  commenta così quell’assassinio: ”Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, possa condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza.”

La mafia, invece, sapeva bene che quel giudice ragazzino rappresentava  una minaccia. Dodici anni dopo, Cossiga smentisce  quell’affermazione offensiva e definisce  Livatino un “eroe” e un “santo”.

Angelo Rosario nasce a Canicattì nel 1952. Non ha ancora compiuto 38 anni quando la mafia lo uccide. Sta indagando sui legami tra criminalità organizzata e potere politico.
Questo crede un suo importante collega, il giudice Paolo Borsellino, che due anni dopo ,nel luglio del 1992 ,verrà ucciso per le stesse ragioni.

Solo. Isolato anche all’interno del Palazzo di Giustizia di Agrigento, Livatino era anche lui “un morto che cammina” come dirà Borsellino di se stesso. E, Livatino ne era consapevole.

Una carriera togata irreprensibile. Laurea con lode a 22 anni, in magistratura a Caltanissetta prima ad Agrigento, nel 1979, poi come giudice a latere o sostituto procuratore della Repubblica.
Indaga sulla criminalità organizzata, sui rapporti mafia-mondo politico. Sul finire degli anni Ottanta, le cronache locali e nazionali riportano un suo interrogatorio all’allora ministro Calogero Mannino, accusato di aver legami con boss mafiosi.( Mannino nel 1995 verrà arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa, assolto in Cassazione nel 2010).

Livatino è un servitore dello Stato che non teme né il potere politico né quello finanziario. Ha solo 28 anni, quando  conduce indagini sui Cavalieri del Lavoro di Catania, un potente gruppo economico, quattro imprenditori dell’Apocalisse mafiosa come li avevano definiti i giornalisti Giorgio Bocca e Giuseppe Fava, quest’ultimo ucciso a sua volta da Cosa Nostra nel 1984.

E proprio ripensando al coraggio di quel giovanissimo magistrato che il sociologo Nando Dalla Chiesa, figlio del Generale Carlo Alberto, altra vittima della barbarie mafiosa, di quel  giudice “ragazzino” scrive la biografia, un libro pubblicato da Einaudi nel 1992. Due anni dopo “Il giudice ragazzino” diventerà un film per la regia di Andrea di Robilant.

La Chiesa di Agrigento, dopo la visita pastorale di Papa Giovanni Paolo II nel 1993, ha iniziato a raccogliere testimonianze per la causa di beatificazione. Il processo diocesano è stato aperto ufficialmente il 21 settembre del 2011.

Rosario Livatino era un cristiano serio e coerente.” Un martire della giustizia e indirettamente della fede” aveva detto di Rosario Papa Wojtyla in un incontro con i suoi genitori.
Sulla sua ultima agenda, gli inquirenti trovarono appunti di lavoro e una sigla, STD, Sub Tutela Dei, sotto la tutela di Dio. Un’invocazione che in epoca medievale usavano gli ufficiali pubblici chiedendo l’assistenza divina per l’adempimento dei loro doveri. Su ogni pagina era apposto quell’acronimo.

“Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili” ripeteva Livatino. E lui ha dimostrato di essere entrambe le cose. Credente e credibile.

Daniela Annaro

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