Loro 1

di Mattia Gelosa

Da pochi giorni è uscito nelle sale “Loro 1”, prima parte del lavoro del regista Paolo Sorrentino attorno alla figura di Silvio Berlusconi. Il regista precisa fin dall’inizio, con didascalie che precedono i titoli di testa, che mescola fatti reali  alla pura fantasia, per realizzare una sorta di biografia artistica e parziale del Cavaliere.

L’incipit ci immerge subito nel registro dell’autore, con l’immagine di un agnello che trova una morte abbastanza assurda a Villa Certosa: una prima metafora, per dirci forse che in quel luogo l’innocenza non può sopravvivere? Nemmeno il tempo di farci domande e veniamo proiettati nel primo tempo del film, una serie di sequenze prevalentemente notturne e cupe che ricalcano il clima de “La grande bellezza”: feste, alcol, droga, prostitute.

Sergio (Riccardo Scamarcio) è un tarantino e si muove nei bassifondi trattando con escort e corrompendo politici locali per avere agevolazioni negli appalti. Ma la relazione con Tamara, madre degenere e tossicodipendente, lo spinge ad avere ambizioni diverse e con l’aiuto di Kira (Kasia Smutniak) Sergio cercherà altre vie per arrivare al suo obiettivo: conoscere il Cavaliere.

“Loro” sono dunque una serie di personaggi senza scrupoli e morale che vivono con la sola speranza di farsi strada per arrivare a conoscere Silvio, una sorta di motore che scatena una rete di malaffare e prostituzione. In questa fase non mancano scene di sesso molto esplicito e momenti onirici, sequenze dal ritmo lento e passaggi con montaggio serrato.

Sorrentino, anche in questo film, inserisce scene simbolico metaforiche poco chiare (quella con il topo è anche ridicola per quanto assurda) e gioca sulla ripetizione ossessiva dei concetti.

La prima parte di questa prima metà di film si chiude con una festa in Sardegna organizzata nella villa adiacente a quella di Berlusconi. Lui, peraltro, non si vede ancora. La seconda metà abbandona la notte e la frenesia per immergerci nella noiosa vita estiva di Berlusconi e Veronica Lario (Elena Sofia Ricci). Qui, qualcosa si inceppa: la regia diventa meno suggestiva e il film sterza verso la biografia tradizionale. Si raccontano vicende note: Veronica che vuole lasciare il marito mentre lui si scervella su come tornare Premier, canta con Apicella e liquida in poche frasi i problemi con la giustizia.

Berlusconi è un Toni Servillo dal viso rimodellato sulle fattezze dell’ex premier, che si sforza anche di imitarne la cadenza brianzola e ne fa un ritratto decisamente macchiettistico. Servillo accentua alcuni aspetti dell’uomo e lo rende una fucina di battute-cliché un po’ prevedibili. Il finale, con un tocco di romanticismo che sembra riportare su una buona strada la relazione dei due, rimane comunque un non-finale che non chiude nulla e obbliga alla visione del capitolo 2.

Il risultato è un film diviso in due parti: la parte notturna che mostra la degenerazione del paese e di chi è avido di successo e denaro; la seconda racconta un Berlusconi che, nella luce della sua amata Sardegna, vive una vita inconsapevole di questi “Loro” come singoli, ma sicuro di avere là fuori una schiera di persone disposte a tutto per lui. Tanto che al primo sgarro si finisce per scendere per sempre dalla giostra.

Le luci e le ombre sono, per usare anche noi una metafora: bello l’inizio ed alcune sequenze,  interessanti i personaggi satellite grazie anche alle ottime prove dei loro interpreti, meno riuscite le parentesi simbolico animalesche, un po’ noioso e per nulla accattivante il protagonista.

Non è chiaro, inoltre, perché molti nomi siano espressamente dichiarati (es. Berlusconi e Veronica, Apicella, D’Alema e la trasmissione “Il bagaglino”) e altri risultino modificati (es. “Rischiatutto” diventa “Dillo a Mike”, si nomina un Ministro Recchia che forse è Bondi e Sergio pare essere Gianpaolo Tarantini). Si crea una confusione fra fittizio e reale che, sia emotivamente sia a livello narrativo, non pare avere giustificazione.

E’ comunque un film che consiglio di vedere perchè Sorrentino è sempre un regista dalle capacità uniche e perché sa raccontare, di nuovo e benissimo, il marcio del nostro paese.

Al capitolo 2 l’ardua sentenza su questa operazione nella sua interezza.

 

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