L’orologio della mia stanza

orologiodi Luigi Picheca

Sulla parete di fronte al mio letto ci sono appese le cartoline che gli amici mi spediscono da varie parti del mondo, c’è un quadro della mia amica Raffaella che mi ha fatto il piacere di comporlo e dipingerlo, c’è un ritratto di Papa Francesco che mi ricorda di dedicargli qualche preghiera e c’è un orologio che scandisce il mio tempo. Le lancette del mio orologio corrono sempre e quando le fisso mi vengono in mente tante cose, un pò il diario della mia vita.

Immagino che ogni orologio potrebbe raccontare tanti avvenimenti che ha visto passare sotto di lui, così come lo potrebbero raccontare gli alberi secolari o i monumenti più antichi. Essi potrebbero raccontare le cose belle o brutte a cui hanno dovuto assistere e a volte me le immagino.

L’orologio della mia stanza, però, mi invita a pensare anche alle cose che ho vissuto durante lo svolgersi della mia vita e ciò che dovrà accadere nel futuro della mia esistenza.

Ci penso e mi chiedo quante cose cambierei, se lo potessi, del mio passato. Me lo chiedo e rivado con la mente ai tanti episodi che mi hanno visto protagonista, i tanti errori che ho commesso e le cose belle che ho vissuto si precipitano, come per magia, al mio  cospetto e si materializzano davanti ai miei occhi.

Mi piacerebbe cancellare gli episodi più inutili e sbagliati della mia gioventù, quando litigavo  con mamma per questioni futili e, ora che comprendo meglio la vita, vorrei chiederle scusa  e darle un po di soddisfazioni in più e darle retta sulle cose che mi chiedeva di farle.

Piccoli aiuti quotidiani che cercavo di evitare, i massaggi alle gambe che le facevo malvolentieri ma che le alleviavano i fastidi della flebite ma soprattutto starei ad ascoltare dolcemente le sue parole che avevano tanto da insegnare e tanto da dire.

Starei vicino a mio padre durante la sua malattia per cercare di alleviare la sofferenza che la sua patologia gli ha inflitto per tre anni, senza dargli tregua. Oggi lo capisco e vivo sulla mia pelle parte di quella sofferenza che lo ha accompagnato fino alla tomba.  Non cambierei molto altro perché ho vissuto abbastanza bene il resto della mia vita, non mi danno fastidio quegli eventi che ho concorso a realizzare.

Ho ricevuto soddisfazioni  dal mio lavoro e dai miei figli che sono cresciuti bene e non mi hanno procurato guai particolari.   Mi accorgo, guardando l’orologio che continua a correre, che ho tante persone da ringraziare perché mi sono state vicino nel corso della mia vita e che non ho ancora trovato le parole giuste per dimostrare il mio apprezzamento più sincero e profondo.

Guardo l’orologio e la mia mente scivola giù per il pendio dei miei pensieri disegnando uno slalom perfetto intorno ai paletti dei miei ricordi e taglia il traguardo scegliendone uno, il più appropriato in quel frangente. Il mio stato d’animo non è sempre uguale e a volte penso agli amici, a quei compagni di stanza che mi hanno lasciato e mi capita di pensare che prima o poi toccherà anche a me. Mi chiedo come sarà il grande passaggio e mi chiedo se ho fatto abbastanza nella mia vita per meritarmi un ricordo.

 Lasciare una traccia di sé stessi è importante, dà significato alla propria esistenza. Non pretendo di essere citato dai libri, mi piacerebbe comunque lasciare un  pensiero, un simbolo per cui essere presente anche  dopo.

Certamente i miei figli saranno la mia testimonianza di vita così come io lo sono dei miei genitori da cui ho imparato tanto e che  ho “copiato” imparandone i gesti e il linguaggio, tutte cose che si tramandano come il nostro DNA.

Un pensiero che passa presto questo della morte, poi la mia solita vitalità e il mio innato ottimismo mi riportano ai pensieri di sempre e la mia carica si rivolge a ricordi belli.

Belli come gli amici che avevo e che ho trovato proprio quando il buio ha preso il sopravvento, quando ti senti solo e perso. Allora scopri quante mani ti vengono tese, mani che ti vengono in soccorso e che non conoscevi, mani a cui non puoi negare la tua.

Sì, i momenti bui sono lontani e le mie preghiere sono tornate alla mente come quando, da bambino, ero felice di recitare davanti all’altare con Gesù in croce che campeggiava sopra.

Essere felici, in fondo, ci vuole poco.

Luigi Picheca

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