Magritte, dipingere enigmi per capire la vita

di Daniela Annaro

Ceci n’est pas une pipe”. Questa non è una pipa si legge in un celeberrimo olio di René Magritte, scomparso  a Bruxelles il  giorno di Ferragosto  del 1967. Un tumore al pancreas lo distrugge in pochissimo tempo, tre mesi dopo avrebbe compiuto settant’anni. Era nato a Lessines, in Belgio, nel novembre del 1898.

Un maestro della pittura surrealista e non solo del suo paese. Ripete spesso che non ama dipingere, ma nel corso della vita firma più di 800 opere, assolutamente riconoscibili e  a lui ascrivibili. In Italia, le vediamo  soltanto alla Pinacoteca Civica di Savona e la Peggy Guggenheim di Venezia e, ovviamente, nelle tante mostre temporanee  a lui dedicate e che ottengono sempre un grande  consenso di pubblico.

Ammalia la sua pittura, cattura la nostra mente proprio per  quella straordinaria capacità di straniamento che induce con i soggetti misteriosi,  ricchi di   riferimenti letterari e cinematografici.

Magritte è figlio di un mercante, compie studi classici e frequenta l’Accademia di Belle Arti della capitale. E’ un giovane aperto e curioso. Le Avanguardie dei primi anni del Novecento lo interessano molto. Gli inizi sono cubo- futuristi. Dopo aver amato  Braque, si appassiona alle opere di Boccioni, Balla, Severini perché de-strutturano  le immagini e, nel contempo, “svelano la psiche”, così ci racconta lo storico Giorgio Cortenova.

Ed è la psiche che lo intriga con i suoi difficili enigmi , talvolta manifesti nei sogni, o più semplicemente nei tormenti della  nostra mente. Per questo quando incontra le tele metafisiche di Giorgio de Chirico ha come un’illuminazione, “una scintilla creativa” scrive Cortenova.

Immagini apparentemente  illogiche, con un grande uso della parola che gettano lo spettatore  in uno stato confusionale, di spaesamento che allontana e attrae nel contempo. Scardina la logica facendo diventare gli oggetti o i soggetti che dipinge “sensazionali” .E’ lui stesso che lo spiega in una conferenza del 1938. E, sempre in quell’occasione dice:” I titoli sono scelti in modo tale da impedire anche di situare i miei quadri in una regione rassicurante (della mente ndr) che lo svolgimento automatico del pensiero potrebbe trovare loro.” 

Esattamente come fa nel 1926, agli albori della  carriera, scrivendo sotto la rappresentazione di una pipa “Ceci n’est pas une pipe” che intitola: “La trahison des images”, cioè “Il tradimento delle immagini”

 

 

 

 

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