Mani pulite, quale eredità?

Mani pulitedi Luigi Losa

“Mani pulite, convegno per i 25 anni con Davigo e Di Pietro: aula deserta”. Questo il titolo delle agenzie del 7 febbraio scorso accompagnato da fotografie che erano, se possibile, ancora più desolanti delle parole.

L’aula magna del palazzo di giustizia di Milano praticamente vuota, disertata da avvocati e ancor peggio da magistrati, ex colleghi di Antonio Di Pietro, il pm ‘sceriffo’ molisano salito alla ribalta delle cronache di tutto il mondo, poi diventato capo di un partito (L’Italia dei Valori), parlamentare, ministro ed ora anche presidente di quella Pedemontana che dovrebbe/potrebbe tagliare in due la Brianza, non senza qualche inciampo giudiziario. Ma soprattutto colleghi, anzi associati di Piercamillo Davigo, il presidente dell’Anm, l’associazione nazionale magistrati, il ‘sindacato’ delle toghe.

E’ passato un quarto di secolo e tutte le emozioni di quei giorni, mesi ed anni si sono volatilizzate, Mani pulite ha innescato il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, ha cancellato partiti  che avevano fatto la storia dell’Italia, in primis la Dc, ha innescato la nascita di forze antisistema, dalla Lega al Movimento 5 Stelle, poi diventate, checché ne dicano, forze di un sistema che sta acquisendo connotati sempre più preoccupanti per talune ‘derive’ che le contraddistinguono sul piano sociale e/o puramente democratico.

La ‘rivoluzione’ di Mani pulite è dunque fallita?

Restiamo al punto centrale di quella stagione: lo scoperchiamento da parte della magistratura di un sistema di corruzione che coinvolgeva imprese e politica.

Arresti, processi, condanne, prescrizioni, montagne di soldi ‘sporchi’, miliardi di vecchie lire, ma anche lunghe carcerazioni, interrogatori serrati, ahimè suicidi, e talvolta assoluzioni a fronte di indagini frettolose e fragili.

Antonio Di Pietro. Fonte: Presidenza della Repubblica

Insieme a Di Pietro e Davigo a formare il celeberrimo ‘pool’ dei magistrati protagonisti di Mani pulite c’erano anche Gerardo D’Ambrosio (scomparso ormai tre anni orsono) e il brianzolo Gherardo Colombo (che ha lasciato a sua volta la magistratura), capitanati dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli, ormai da anni pensionato, l’uomo del famoso ‘Resistere, resistere, resistere’.

La scintilla che fece deflagrare Mani pulite con l’arresto del socialista Mario Chiesa, il presidente del Pio Alberto Trivulzio, storica istituzione dei vecchietti milanesi, con una mazzetta di 7 milioni praticamente ancora in mano, scoccò per mano di un monzese, il titolare di una piccola impresa di pulizie che cercava di ottenere un appalto, quel Luca Magni che poi, sull’onda delle popolarità acquisita con la sua denuncia-confessione a Di Pietro si dedicò alla politica, consigliere e anche assessore anche se con poca fortuna.

Mani pulite non sconvolse solo Milano e l’Italia intera ma dilagò un po’ ovunque e Monza e Brianza non furono di certo risparmiate: le manette scattarono ai polsi di molti notabili politici.

Ma la domanda che ritorna è sempre la stessa? Cos’è rimasto di Mani pulite?

Poco o nulla visto che la corruzione dilaga ed impera peggio di prima e di allora, ovunque e comunque. Generando nell’opinione pubblica, nei cittadini, negli elettori e non solo, un clima di sostanziale, generale e crescente sfiducia nelle istituzioni, a qualunque titolo e livello.

Eppure a voler salvare qualcosa di quella stagione credo che ci sia almeno una parola: legalità. Che era sconosciuta ed ora si sa bene cosa sia,  cosa rappresenti, cosa significhi, quale importanza abbia. Certo è difficile affermarla non meno che praticarla, nel concreto e nel quotidiano, nell’ordinario e nello straordinario ma c’è, è lì ad indicarci che la strada per salvarci e per salvare il Paese, lo Stato, il Comune che è poi tutti noi è una sola, solo quella, della legalità.

 

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