Milano film festival: Le sedie di Dio

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le sedie di DioSe tra una sedia e un film non c’è poi tanta differenza

Un film su come fare film impegnati. Due film in uno, due film che parlano di crisi di produzione, di ‘decrescita’ e di delocalizzazione. Partendo da un oggetto, la sedia, che nel procedere della storia assume un valore simbolico sempre più complesso.

E’ piuttosto cervellotica la struttura di “Le sedie di Dio”, originalissimo lungometraggio franco-italiano di Les Films du Lemming, Caucaso e Aplysia appena presentato al Milano Film Festival, che racconta l’ideazione e la rocambolesca lavorazione di un film incentrato sulla crisi di una fabbrica di sedie.

In apertura assistiamo al grottesco scambio di battute tra il regista francese Jérome (regista anche del film) e produttore Enrico. Il primo vuole realizzare un lungometraggio su una fabbrica di sedie che fallisce perché produce sedie troppo resistenti, che, non rompendosi, inceppano la produzione dell’intera fabbrica. Il secondo è scettico all’idea di sovvenzionare un titolo di questo tipo, sostenendo che non avrebbe mercato, perché ormai l’epoca dei film sul contrasto tra consumo e produzione è finita e realizzare un progetto del genere sarebbe “revivalistico, nostalgico, anacronistico”.

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Ma il regista non demorde, anche se, recandosi a parlare con i proprietari di una vera fabbrica di sedie -l’ultima rimasta in Italia, con la metà degli operai in cassa integrazione – scopre che non è vero che le sedie non si rompono e non devono essere sostituite. Il problema sono piuttosto i costi di produzione. E allora il soggetto del film cambia. Il tema sarà la vicenda della ‘delocalizzazione dell’industria europea’, la storia di una fabbrica di sedie costretta a chiudere e licenziare i lavoratori.

Al regista si unisce lo sceneggiatore, Simone, uno scrittore pieno di debiti che è anche la voce narrante del film, e i due iniziano a lavorare al progetto, non senza alcuni inevitabili attriti. Viene fatto il casting e individuato l’attore che interpreterà il protagonista Ignazio, un operaio della fabbrica Militina Industries (uno dei tanti rimandi al cult ‘La classe operaia va in Paradiso’ di Elio Petri, punto di riferimento esplicito per tutti coloro che stanno lavorando al film) che si immolerà nella scena campale, bruciandosi vivo in fabbrica davanti al padrone. Le riprese iniziano e tutto procede in modo più o meno lineare.

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Finché non finiscono i soldi: il produttore per telefono annuncia che non potrà più pagare attori, regista e sceneggiatori. Game over. Tutti abbandonano il set. Persino lo sceneggiatore, che spiega così la decisione di lasciare il progetto: “Ora avevo materiale per un altro libro, ‘Il cinema del disincanto’ ”. Restano solo il regista e l’attore protagonista. Quest’ultimo, pur di concludere il film, si taglia la barba e accetta di interpretare la scena finale: gridando “Mercato mercato perché mi hai abbandonato?”, si lancia di corsa verso una sedia gigantesca troneggiante nel mezzo di una rotatoria, mentre il regista filma tutto con il telefonino. Se non che su quello stesso telefonino arriva la chiamata del produttore. E l’annuncio: il film si farà, ma … in Cina. Per tagliare i costi di produzione.

Al di là del significato meta cinematografico e della riflessione sui vari condizionamenti a cui deve sottostare la realizzazione di un film, quelli economici innanzi tutto, la cifra stilistica di “Le sedie di Dio” è l’ironia surreale che scorre sottotraccia e si manifesta nei dialoghi stralunati tra regista, sceneggiatore e produttore. A livello visivo, le vere protagoniste sono proprio le sedie che ritroviamo in quasi ogni scena, riferimento simbolico all’argomento del film da realizzare, un soggetto che non si sa bene da che parte prendere. E forse anche un’allusione alle sedie – vuote – degli spettatori, di chi i film li dovrebbe guardare. Produrre un film significa produrre spettatori? Verrebbe da chiederselo assistendo a certi dialoghi del film.

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E poi ci sono i protagonisti, gli attori coinvolti nel progetto. Un regista ossessionato dalle sedie che arriva a sognare di notte le scene del proprio film. Un produttore che non vuole perdere di vista l’aspetto commerciale della faccenda, come è giusto che sia. Uno sceneggiatore che vive fuori dalla realtà, che scrive monologhi della durata di dieci minuti e immagina scene fantasmagoriche irrealizzabili coi mezzi a disposizione.

Ma qual è l’essenza del lungometraggio che sta per essere realizzato? La storia dello sceneggiatore (la fabbrica che chiude e il sacrificio dell’operaio), l’ossessione visiva del regista (le onnipresenti sedie) oppure la ricerca da parte del produttore di un modo per ottenere successo di pubblico con il minimo impiego di mezzi?

Una cosa appare certa. Tra la produzione di una sedia e quella di un film non sembra esserci poi così tanta differenza.

Francesca Radaelli

imagesLe sedie di Dio. Regia di Jérôme Walter Gueguen. Sceneggiatura:Jérôme Walter Gueguen, Simone Olla. Musiche: Sangue, Zende Music. Con: Filippo Balestra. Genere Drammatico. Produzione: Francia, Italia, 2014. Durata: 70 minuti circa.

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