Mille anni al mondo

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di Enzo Biffi

11 gennaio 1999 muore Fabrizio De André  – anarchia rigore e poesia

Scrivere ancora di Fabrizio de André mi sembra quasi un reato. Cosa mai posso aggiungere io di non detto e non già saputo. Quale altra lode o curiosità posso mai svelare che non sia già popolare, quando Faber ha saputo diventare anche così Popolare.

Ricorro così, un po’ ruffianamente, ad un ricordo personale, fra i mille che mi legano a De André, fra dischi studiati da solo di notte, cantate corali, autostrade percorse consumando gomme e cassette maldestramente registrate.

Il 2 febbraio 1998 stavo su una comoda poltrona del Teatro Smeraldo di Milano. Ero allora, e sono ancora, un avaro frequentatore di concerti – un po’ per pigrizia e anche un po’ per snobberia –  ricordo bene quindi che l’essere presente a QUEL CONCERTO mi dava quel misto di ansia e euforia tipico delle occasioni davvero speciali.

Spente le luci, arrivano i primi caldi e avvolgenti suoni, mi avvolge la voce sciamanica di Fabrizio e io mi ritrovo come per istinto a chiudere gli occhi. Ascolto e basta, non c’è quasi nulla da guardare, poche scene, poche luci, poca, quasi nulla presenza scenica e un pensiero mi invade in un attimo: Quanto rigore – mi dico.

So già della grandezza dei musicisti, so già di quelle parole che sembrano esistere da sempre solo per essere poste prima o dopo altre parole, esattamente quelle e non altre. So già tutte queste cose, ma quello che mi colpisce è l’assoluta perfezione del tutto, un equilibrio magico eseguito dal vivo e davanti a me.

Faber, forse, era già malato, forse lo sapeva o forse no, ma certo è che su quel palco, in quel teatro, stava bene. Stava bene lui e stavamo bene noi, comodi spettatori di un ultimo tour…Chissà se qualcuno l’ha già detto, o notato: Fabrizio lascia questo mondo sul finire del novecento, lui, che del secolo breve si è nutrito per poi metterlo in musica e parole.

Lui che fra le tante eredità culturali ce ne lascia una che testimonia la sensibilità un po’ profetica degli artisti veri. “Creusa de ma”, oltre ad essere uno dei dischi più belli mai prodotti, anticipava, testimoniava, sentiva l’urgenza di legare le genti e le culture del Mediterraneo ricordandoci le nostre radici comuni. Oggi che il Mediterraneo piange morti, si colora di sangue ed è attraversato da venti d’odio, io mi ritrovo spesso immerso nel sogno di quella visione.

Lui che, da ladro gentiluomo, ha rubato ad altri grandi del novecento, Brassens, Dylan, Coen, Lee Masters per poi nobilitare ogni furto facendone poetica personale.

Oggi che non c’è più quel teatro, non c’è più Fabrizio, e dei fuochi del novecento sembra esser rimasta solo una brace tiepida, io resto ancora lì seduto: occhi chiusi e stupore aperto, per farmi attraversare dalla poesia.


 

 

 

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