Mostro che parla

di Francesca Radaelli

Tutti zitti, parla il mostro. E vale la pena ascoltarlo bene, per una volta. Soprattutto se è un grande interprete come Elio De Capitani a dare voce – e tragica espressività – alla creatura raccapricciante per antonomasia, quella assemblata con pezzi di cadaveri umani dal dottor Frankenstein: il Prometeo moderno, come recita il sottotitolo del romanzo di Mary Shelley, alludendo a colui che secondo il mito antico diede forma, con la creta, agli esseri umani. È un venerdì sera, siamo al Teatro Binario 7 di Monza e sono passati circa due secoli dall’uscita del libro della scrittrice britannica. Eppure il monologo Frankenstein. Il racconto del mostro, che altro non è se non una lettura, magistralmente interpretata e drammatizzata, delle pagine di Mary Shelley, sembra parlare proprio del nostro tempo. O meglio far parlare una voce che spesso, nel nostro tempo, preferiamo non ascoltare.

Non a caso De Capitani sceglie un punto preciso del romanzo, e un punto di vista spesso trascurato nella vicenda del dottor Frankenstein, colui che vuole sconfiggere la morte e finisce per dar vita a un mostro. Ora l’unico punto di vista in scena è proprio quello del mostro stesso, portato alla vita e subito abbandonato con orrore dal suo creatore: un essere vivente che si trova catapultato in un mondo ostile, in cui si soffre la fame, la sete, il freddo, e che soprattutto si trova a dover fronteggiare la repulsione e l’odio degli uomini. Uomini a cui si sente affine, verso i quali è istintivamente animato da un sentimento di amore, da cui vorrebbe ricevere lo stesso affetto che lui è pronto a donare loro. Uomini che però lo respingono terrorizzati, non appena si trovano di fronte a lui. Gli stessi uomini che sembrano possedere una grandezza d’animo eccezionale, trovandosi di fronte una creatura dall’aspetto diverso e dunque mostruoso, non si pongono il minimo dubbio sulla sua natura malvagia.

Al mostro non è concessa la minima possibilità di comunicare, di entrare in relazione, di manifestare le proprie buone intenzioni. Nelle espressioni terrorizzate dei volti che incrociano lo sguardo della creatura si manifesta immediatamente un giudizio inappellabile: eccezionale bruttezza e deformità comportano eccezionale cattiveria. Non c’è tempo per pensare, l’unica reazione di fronte al mostro non può che essere la fuga o l’attacco.

Risultato? Il mostro inizia a rispondere all’odio con l’odio, all’esclusione con la vendetta, che si indirizza verso il  creatore, visto come il vero responsabile di tutte le sue sofferenze.

Rifiuto del diverso, terrore istintivo verso l’‘altro’ visto sempre più come un essere quasi mostruoso e senza dubbio pericoloso, odio che genera odio, esclusione che genera emarginazione e violenza.

La vicenda di Frankenstein non richiede grandi sforzi per essere attualizzata. Il testo del romanzo è sufficiente, occorre solo ascoltarlo con la dovuta attenzione, mettendoci nei panni del dottor Frankenstein che per la prima volta si trova vis à vis con la sua creatura. E che, ascoltando il suo racconto, forse si rende conto che il vero mostro non è quello che lui ha creato cucendo insieme brandelli di carne umana, ma piuttosto il frutto dell’odio e dell’orrore che la creatura, abbandonata dal suo creatore, ha vissuto su di sé. Un mostro che, con la voce tonante e dolente di Elio De Capitani, grida tutto il suo odio verso quel mondo che prima lo ha creato e che ora lo rifiuta, senza possibilità di appello.

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